L’editoriale di TerzaRepubblica
Dopo le europee, che saranno un terremoto, la politica italiana andrà totalmente ripensata.

Infatti, è bastato che Berlusconi tornasse in tv certificando di essere in possesso di quella che ha definito la sua “agibilità politica”, e che sospendesse in una sorta di limbo il “patto” con Renzi (senza cancellarlo, peraltro), ed ecco che la politica è sembrata tornare nell’anarchia pre-Renzi. No, noi non crediamo che il Cavaliere sia in grado di dar vita a chissà quale mirabolante performance elettorale (a meno che non si consideri una vittoria attestarsi al 18-20%, perdendo altri milioni di voti oltre ai 6 che l’hanno abbandonato l’anno scorso), ma certo d’ora in avanti attingerà alla sua inesauribile vena demagogica per dar fondo ad un repertorio di slogan anti-euro. Che gli eviterà il precipizio dei consensi, ma soprattutto che indurrà tutti gli altri competitor – dalla destra alla Lega fino a Grillo e alla sinistra radicale – a non essere da meno. Tutti meno il Pd, che per cultura e vincoli di governo non potrà andar oltre i distinguo tipo “euro sì, ma” che non pagheranno in una competizione che in tutta Europa e non solo in Italia vedrà scaricare sulla moneta unica e su Bruxelles le frustrazioni di una crisi durata troppo a lungo e che ha mostrato tutti i limiti del percorso d’integrazione fin qui messo in campo dal Vecchio Continente. Limiti che saranno resi ancor più evidenti dal ritorno alla “guerra fredda” che la politica espansiva russa e gli errori americani del recente passato stanno rieditando.
Insomma, a un mese dal voto lo scenario che appare più probabile è quello della tripolarizzazione della politica italiana, con Berlusconi che confermerà il suo ineluttabile declino ma non così tanto da non poter più incidere sul dopo-voto (anche perché le truppe parlamentari di Forza Italia rimarranno quelle espresse dal voto dell’anno scorso, pur con la diaspora di Ncd), con i pentastellati che si avviano a superare largamente il risultato delle politiche e con il Pd di Renzi che, perdendo un po’ di voti a sinistra e recuperandone al centro, sarà il primo partito ma senza incassare una squillante vittoria, né numerica né tantomeno politica. E se così dovesse andare, saranno guai per tutti. Per il presidente del Consiglio, che vedrebbe riesplodere i mal sopiti fermenti interni al Pd e che si ritroverebbe a dover ridefinire tanto il quadro delle riforme istituzionali – Berlusconi è stato chiaro: dal Senato alla legge elettorale, è tutto da rinegoziare – quanto quello della politica economica, visto che dopo le elezioni gli saranno imposte quelle compatibilità europee di bilancio su cui in campagna elettorale è stato chiuso un occhio. Ma saranno guai anche per il centro-destra, che dovrà fare i conti con una leadership, quella di Berlusconi, capace di impedirgli di crollare ma non di riconquistare il ruolo di un tempo. E saranno guai perfino per Lega e Grillo, che dopo aver gridato in compagnia di gente come la signora Le Pen che l’Europa va rottamata – Renzi, imparalo, c’è sempre qualcuno più populista che usa le tue stesse armi e ti scavalca – si ritroverà ad essere comunque una minoranza capace solo di esprimere un’opposizione sterile. E saranno problemi seri per Giorgio Napolitano, costretto a scegliere se lasciare la nave nonostante sia ancora preda dei marosi o se infliggere a se stesso il sacrificio, morale e fisico, di continuare.
C’è un’Italia vecchia e logora – nelle istituzioni, nella burocrazia centrale e locale, nelle professioni, nel capitalismo (quella parte, specie nei servizi, che non si è ancora internazionalizzata), nelle rappresentanze sociali e degli interessi (a cominciare da sindacati e Confindustria) – che occorre spazzar via. Costi quel che costi. E c’è un’Italia nuova, in parte già fiorita – si pensi alle imprese globali – e in buona misura ancora tutta da creare, che deve poter emergere. Al più presto. Se non siamo ancora entrati nella Terza Repubblica – perché purtroppo non ci siamo, nonostante la Seconda sia definitivamente morta e sepolta – è perché occorreva una fase di transizione, inevitabilmente popolata di figure “fugaci” e altrettanto inevitabilmente costretta ad attingere a piene mani al qualunquismo populista. Ora, però, la transizione, che è durata fin troppo, deve finire. Abbiamo l’impressione che la resa dei conti verrà subito dopo le elezioni europee. Per quanto dovrà accadere nell’eurosistema – anch’esso dentro una fase di transizione che deve finire – per la pressione che il mutato scenario geo-politico-energetico imporrà, peraltro riassegnando una perduta centralità all’Italia, e per la disarticolazione che subiranno gli assetti politici interni. Chi ha a cuore le sorti del Paese e vuole evitare lo sbarco della Troika – perché quella di solito cura la malattia ma lascia il malato cadavere – sappia fin d’ora che occorrerà inventarsi qualcosa di nuovo. Riparliamone a giugno.

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