
hecché ne dicano i media europei la vittoria in Islanda del no al referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue è stata netta. Cinque punti di differenza sono tanti. I sondaggi davano il sì in leggero vantaggio fino agli ultimi giorni anche se il no era in decisa ripresa. Dal punto di vista della sostanza poco o nulla cambia per Bruxelles. In realtà il danno di immagine è fin troppo evidente.
Il processo di allargamento subisce una battuta di arresto. L’Unione Europea risulta un progetto attraente per i Paesi “poveri” non altrettanto per quelli abbienti, è la conclusione che tirano gli osservatori. Nel 2028, molto probabilmente, torneremo a 28 membri con l’ingresso del Montenegro ma senza l’Islanda come speravano in molti. D’altronde con Reykjavik per buona parte dei 35 capitoli su cui vertono i negoziati di allargamento con i Paesi candidati si poteva procedere in tempi rapidi.
Nella parentesi dal 2010, quando erano iniziati i colloqui, al 2013, quando sono stati messi in naftalina, le parti avanzavano spedite. Anche perché le due questioni più spinose erano state messe deliberatamente in disparte e alla fine si sono rivelate decisive per la campagna referendaria del no. “Urne che puzzano di pesce“, si lamentano i sostenitori dell’adesione ma per il fronte contrario quella puzza è solo un profumo. Oltre che coprire più del 10% del prodotto interno lordo e quasi il 40% dell’export la pesca in Islanda rappresenta una cultura e costituisce un elemento identitario.
Sperduti nell’Atlantico settentrionale per secoli gli abitanti dell’isola sono sopravvissuti grazie alle abbondanti risorse ittiche. Mettere in discussione la sovranità islandese sul pescato ha urtato in profondità la sensibilità della popolazione provocando, forse, una reazione per certi versi illogica. Quando si negozia le parti mettono nero su bianco le proprie posizioni di partenza per trovare alla fine un possibile compromesso. La diplomazia è anche, e soprattutto, creatività. Con deroghe ad hoc e periodi di transizione si sarebbe potuto trovare la quadra per quanto riguarda il capitolo della Politica Comune della Pesca. Altrettanto si poteva fare con la piccola ma agguerrita categoria degli agricoltori, timorosi di essere spazzati via dalla marea di prodotti agricoli europei molto più a buon mercato di quelli prodotti localmente (NB provare per credere, andate a vedere quanto costa la verdura sui banchi dei supermercati islandesi).
È bene ricordare che il settore della pesca e quello dell’agricoltura erano stati esclusi quando nel 1994 si è costituita l’Area Economica Europea che estendeva il mercato unico dell’Ue a Norvegia, Liechtenstein e, appunto, Islanda. Ma oltre all’accesso al mercato unico l’Islanda prende anche parte ai programmi Horizon, ricerca e innovazione scientifica, e Erasmus, cooperazione e scambi a livello universitario, e fa già parte della cosiddetta Area Schengen che contempla la libera circolazione delle persone. Il paradosso è che le regole che governano questi spazi di integrazione vengono decise a Bruxelles con i Paesi che non fanno parte dell’Ue praticamente senza voce in capitolo.
Luci e ombre su Reykjavik, quindi, e doccia gelata a Bruxelles dove i sovranisti salutano il voto islandese come il primo passo per svuotare e, in parte, smantellare l’Ue. Quello dell’Islanda è un esempio di “Europa à la carte” ovvero di integrazione asimmetrica dove ciascuno sceglie quello che più gli conviene scartando gli eventuali svantaggi che, però, può funzionare solo in presenza di un gruppo di Paesi che costituiscono il “nocciolo duro” di un’integrazione stretta. Unica nota positiva di questo referendum è che non si è ripetuto lo scenario norvegese. Sia nel 1972 che nel 1994 la Norvegia ha detto no tramite referendum all’adesione dopo averla negoziata. Almeno questa volta non si è sprecato tempo e denaro per negoziati che alla fine si sarebbero rivelati inutili.
PS L’Islanda è uno dei pochi Paesi al mondo che non rispetta la moratoria sulla caccia alle balene. La carne di balena è regolarmente servita nei principali ristoranti dell’isola. Anche questa questione spinosa avrebbe dovuto essere discussa durante i negoziati con l’Ue.
Paolo Bergamaschi
(da Vita.it)

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