All’Ecc.mo Signore Saverio Fanàl
alla locanda sopra Belgirate
Gentilissimo Signore,
la assoluta disattenzione che Ella pose alla mia sosta di quiete, andando verso Belgirate, agitò in me altra disattenzione al plico che mi impose.
La sua insistenza si mostra pari, se non maggiore, alla rassegnazione in cui vado adeguandomi agli inseguimenti che mette in atto. E, invero, le sue divagazioni mi appaiano come frutti turbati di sonno, ingannevole e inquieto che la avvolge.
Ella si acconcia in abito e in modi ai bellimbusti di strada o agli avventurieri di ogni stranezza.
Non dirò, nè potrò sortire eguaglianza con i bravi che descrissi. I quali languivano nella loro sorte abbrutita dall’esigenza di una verità, qualunque ne fosse la misura, e, in virtù di siffatta verità -o servi di essa-, animarsi; vili medesimi della stessa viltà che costì li aveva cotretti.
Ella, d’inverso, esibisce motivi di apparente nobiltà. Argomentando nel pretesto di una provvidenza che parrebbe renderla di umana considerazione nella pietà e che, piuttosto, Ella agita e sospinge come clava verso chi ne fa uso in misericordia.
Così che a uomo che mai vide armi, ma che della scrittura conosce gli agguati e le omicide certezze, si appresta, vorace di scempi, il suo vaneggiamento: ”Lei è il peggior nemico delle sue creature e la incolpo di averne filato la storia secondo la scaltrezza della musica. Lei non sa cosa significa andare lontanto dai sentieri, lei non ha mai raccontato niente. Già glielo dissi, altro compito attende il raccontare.”
Ella osa mostrare disprezzo all’armonia e, con essa, al Dio Creatore che fu artefice dei suoni perchè noi li raccogliessimo come gentilezza e fusione il Lui dell’animo nostro, per dono che ci fà virtù della Sua benvolenza e per la grazia che intende l’amore riconosciuto, anche nella abiezione.
Orbene, il mio racconto fu sì il raccontare della provvidenza che in essa medesima si racchiudeva e schiudeva perchè non altrimenti avrei reso esplicito il cadenzare della natura e delle spettanze degli uomini al Bene, ossequioso al desiderio del Padre.
Gentilissimo Signore,
La ammonisco: il prosieguo nella sua nefanda solitudine, cui intenderebbe costringermi, purchè non macchiata e finanche di ignominia, la porterà ad una morte abbandonata da cui, voglia la provvidenza misericordievole che Ella scansa, potrà edimersi nel confessionato, estremo, grido di una musica ricomposta: “non volevo, non potevo, non dovevo”.
Per oggi, null’altro le devo e le scrivo.
Mi abbia, Gentilissimo Signore,
Suo, Lisander
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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