Credo si possano far vibrare i sogni. E farli vagare. Nel tempo. Perchè si trasferiscano in una regione di emozioni in bianco nero. Colorandosi. Di bruni di sottobosco. Di verdi di betulle o di languori marini. Di riflessi argentei di ragnatele ventose o di bianchi di lune increspate.
O di rossi di sangue.
Oh, si, il sangue! Il sangue che trascina irruente i sogni. Particelle di un indefinito miscuglio di pulsioni. Prima, vive o vissute. A penetrare e sedimentarsi come atti coscienti del nostro agire.
Sono io Cesare? O, forse, Cleopatra? O sono entrambi? E, sono, allora, padre e figlio di me medesimo? Da che mi proviene il sentore dell’arsura? O la necessità della corsa, predatore e preda?
Il sangue fluisce per irrisolti misteri. Rimbalzi di memorie diverse. Di poteri arcani. Attrazioni e predilezioni. Poi consegnate a sacralità. Di passione. O di chimere. Per il cuore-cibo. Per l’anima sottratta, nel gorgoglio esaltato dall’eroe. O, finanche, estremo, per il sacrificio divinatorio o satanico, per il nutrimento alla rigenerazione immortale.
Ma sono sopravvenuti i devastatori. Senza colpe da poter più espiare. Senza un perchè da poter esibire. Quando il miraggio del rito è la lusinga di una speranza senza angosce.
Il degrado del sangue. Che dalle gole squarciate si versa per grumi. Solidificando. Irrigidendo. La misericordiosa turbolenza del cosmo.
Imputazione di una specie che non vuole essere viva, non conoscendo la morte.
(f)

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