All’Ecc.mo Signore Saverio Fanàl
alla locanda sopra Belgirate
Gentilissimo Signore,
lessi e stupii della Sua altra corrispondenza che, a mia ragione, nulla attiene alle risposte, per interrogativi che Ella si premura, incessantemente, di porre alla mia riflessione ed ai quali mi appare, in tutta evidenza, io dia conto di ascolto.
Riflessione che, Le già scrissi, viene ad essere distolta, sottratta, come Ella si applica, agli altri quesiti e fraseggi, che pone.
Non mi risparmio all’ulteriore risposta. Ove non mi taccia nuovamente di non essere adeguato alle Sue sotterranee esigenze.
Annoto, nel capo, che Ella si è prefisso il fine della denigrazione del mio scrivere, riportandolo con un pregiudizio assoluto allo “accecamento del raccontare”.
Ma io mai mi apprestai al racconto senza in me sorgiva la necessità del raccontare. Che è più autentica e intensa e riflettuta emozione delle Sue interrogazioni. Tali, non potendo altrimenti intenderle, se non come puntelli di una Sua delirante sconfessione dell’eroismo e del male, di cui pure, accenna.
E’ in me, lo è stato, integro quell’alternarsi dubbioso della salvezza non creduta e della salvezza che lievita come esigenza del riparo.
Ella sostiene, scrivendo: “Chi nella salvezza non crede avrà avuto in regalo le scorciatoie della verità e dell’interiorità per piantare nel fondo dell’uomo una nequizia o un sogno , quand’anche un veleno.”
Orbene, Gentilissimo, non viene a paventasi una alternante conclusione dell’attesa, un qualche istante di cedevolezza della sicurezza che ostenta, un richiamo all’abbandono verso una misericordia che La respinge perchè rigettata nella forzata inutilità della preminente condizione dell’intendere?
Ella ambisce comportarsi in una ostentazione del predominio furioso della Sua colpa; godendo l’assillo per una penitenza infinita.
Ella compiace l’eroismo e il male compiuto che Ella da se stesso promuove e riceve da se. L’un l’altro usuali e compiacenti abiti di vestizione per la stesura della Sua medesima e prossima narrazione, di cui dice. Non altrimenti, La avverto, il Suo narrare si isolerà compiaciuto del suo essere il solo racconto, in una aberrante unicità dei racconti possibili, annulando, finache, il percorso delle scociatoie cui si affida .
Non posso seguirla oltre il confine di una tale assoluta certezza. Il Suo dubbio è un irrisolto pensiero di impotenza che vuole risolversi nell’adempiere alla fine del raccono e, come Ella sostiene, della nostra vita.
Mi abbia, Gentilissimo Signore,
Suo, Lisander
franchini
Marzio Siracusa, “La mirabile storia di Saverio Fanàl”, 2007, Edizioni Polistampa, Firenze

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