
Non è solo una crisi internazionale. È un test di realtà. E il risultato, per l’Italia e per l’Europa, è impietoso: irrilevanza. Da Teheran arriva un messaggio netto, senza diplomazie di circostanza: nessuna trattativa sotto pressione, nessuna concessione a Washington. I “quindici punti” evocati come apertura negoziale vengono archiviati come propaganda. Non trattiamo con una pistola puntata alla tempia: una frase che non lascia margini, e che smonta in poche parole la narrazione americana. Nel frattempo mentre gli Stati Uniti parlano di accordi possibili la realtà prende un’altra direzione. La tensione sale, il Golfo si infiamma, e il rischio di un’escalation non è più uno scenario remoto ma una possibilità concreta. In gioco non c’è solo la stabilità regionale, ma un nodo vitale per l’Europa: energia, rotte commerciali, sicurezza. L’Iran non arretra. Al contrario, espone il conflitto. Accusa Washington di “suonarsela e cantarsela da sola” e respinge qualsiasi ipotesi di intesa. È una linea dura, coerente, riconoscibile. E poi c’è l’Italia. E con l’Italia, l’Europa. Roma osserva. Commenta. Si allinea. Ma non decide. Non propone. Non pesa. La politica estera si riduce a dichiarazioni episodiche, spesso vaghe, incapaci di incidere su ciò che accade davvero. Non è cautela. È marginalità. Eppure non è sempre stato così. I rapporti con Teheran costruiti nel tempo avevano dato all’Italia un ruolo, una credibilità, uno spazio. Oggi quel capitale politico sembra dissolto, sacrificato in nome di un allineamento automatico che non rafforza, ma indebolisce. Il punto non è scegliere tra Stati Uniti e Iran. È molto più semplice, e molto più grave: capire se l’Italia sia ancora in grado di scegliere. Perché una politica estera che non sceglie non media, non incide, non esiste. E in un mondo che si riorganizza attraverso crisi e conflitti, chi non esiste scompare. E l’Italia oggi è pericolosamente vicina a quella soglia.
Angelo Santoro

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