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Iran: Trump gioca su due tavoli

Donald Trump insiste: gli iraniani – sostiene – vogliono un accordo a tutti i costi e i colloqui con Teheran procedono spediti. Eppure, i segnali che arrivano dalla Repubblica Islamica raccontano una realtà diversa. La risposta iraniana al piano in 15 punti elaborato da Washington suona più come un sostanziale rifiuto: Teheran, pur continuando a negare l’esistenza stessa di negoziati, avrebbe avanzato una controproposta in cinque punti che prevede la chiusura delle basi militari americane nella regione, riparazioni di guerra e il controllo dello Stretto di Hormuz.

di Alessia De Luca | 27 Marzo 2026

Donald Trump insiste: gli iraniani – sostiene – vogliono un accordo a tutti i costi e i colloqui con Teheran procedono spediti. Eppure, i segnali che arrivano dalla Repubblica Islamica raccontano una realtà diversa. La risposta iraniana al piano in 15 punti elaborato da Washington suona più come un sostanziale rifiuto: Teheran, pur continuando a negare l’esistenza stessa di negoziati, avrebbe avanzato una controproposta in cinque punti che prevede la chiusura delle basi militari americane nella regione, riparazioni di guerra e il controllo dello Stretto di Hormuz. Tutte richieste inaccettabili per Trump. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria presenza nella regione, con l’invio di marines e navi militari, alimentando speculazioni per una possibile operazione di terra. Parallelamente, emissari pakistani starebbero lavorando per portare il vicepresidente JD Vance – tra i più scettici nell’amministrazione riguardo all’uso della forza militare – a guidare un eventuale team negoziale a Islamabad. Ma se e quando i colloqui dovessero aprirsi, le posizioni sarebbero persino più distanti di quanto non fossero prima del conflitto. Washington si sente forte della decapitazione della catena di comando iraniana; Teheran, al contrario, legge la propria capacità di resistenza come una sorta di vittoria strategica. In questo contesto, l’assenza di fiducia reciproca rischia di minare alla base ogni iniziativa diplomatica. In Iran c’è il sospetto che l’apertura negoziale americana sia più che altro una copertura per un’ulteriore escalation militare. A Washington, invece, sostengono che si tratti di una strategia volutamente ambigua: “Trump ha una mano aperta per un accordo – spiega un consigliere della Casa Bianca ad Axios – mentre l’altra è un pugno, pronto a colpirti in faccia”.

Nuove crepe tra i Repubblicani?

L’ambiguità e i messaggi contraddittori di Washington potrebbero avere anche un’altra spiegazione: Trump, in realtà, non avrebbe ancora deciso cosa fare: intensificare il conflitto oppure spingere per una soluzione negoziata? Mentre la guerra sta per entrare nel secondo mese, anche negli Usa cresce il timore che il presidente possa lanciare un’invasione di terra che potrebbe impantanare gli Stati Uniti in un’ennesima ‘guerra senza fine’ in Medio Oriente, senza neanche interpellare il Congresso. Alcuni esponenti repubblicani hanno iniziato a lanciare l’allarme dopo la notizia dell’invio nella regione di oltre mille paracadutisti, che portano a un totale di 8mila gli uomini dispiegati nell’area. La loro missione rimane poco chiara: il presidente si rifiuta di rispondere alle domande avanzate dalle commissioni alla Camera, mentre i suoi collaboratori affermano che “non si esclude nessuna opzione”. La deputata Nancy Mace della Carolina del Sud ha criticato l’invio delle truppe dopo un briefing a porte chiuse con i funzionari della Difesa. “Sono appena uscito da un briefing della Commissione per le Forze Armate della Camera sull’Iran. Ripeto: non sosterrò l’invio di truppe sul terreno in Iran, ancor meno dopo questo briefing”, ha scritto Mace in un post su X. Le critiche crescenti da parte dei legislatori repubblicani stanno acuendo, inoltre, la spaccatura tra i sostenitori anti-interventisti del movimento MAGA e i falchi del partito che appoggiano lo sforzo bellico, in vista di un difficile ciclo elettorale di medio termine.

Trump non ha un piano B?

A orientare la Casa Bianca verso un’escalation sarebbe la mancanza di un piano B. Nonostante i funzionari della Casa Bianca insistano sul fatto che gli Stati Uniti stiano dettando il corso degli eventi in Iran, il rifiuto del piano di pace da parte di Teheran mostra una realtà incontrovertibile: in questo momento, Trump non può determinare da solo l’andamento del conflitto. “Il problema per il presidente è lo Stretto di Hormuz. Se lo lascia in mano all’Iran, sarà difficile per lui rivendicare la vittoria”, osserva Stephen Hadley, già consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente George W. Bush. Diversi osservatori, perciò, rilanciano in queste ore l’ipotesi di un possibile intervento di terra sull’isola di Kharg attraverso la quale transita il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. All’inizio di questo mese Trump ha ordinato alle forze statunitensi di attaccare obiettivi militari a Kharg, risparmiando però le raffinerie. E il senatore Lindsey Graham, repubblicano della Carolina del Sud nonché uno dei principali sostenitori della guerra, ha dichiarato su X che la conquista di Kharg porrebbe fine al conflitto. “Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra”, ha scritto.

Kharg: disastro annunciato?

A ben vedere, però, l’ipotesi di un’operazione ‘boots on the ground’ per prendere il controllo dell’isola sarebbe tutt’altro che una passeggiata. La conquista di Kharg potrebbe essere tecnicamente fattibile, ma la sua messa in sicurezza si rivelerebbe molto più complessa: richiederebbe infatti una presenza terrestre ampia e prolungata, esponendo i militari americani dispiegati per il controllo del territorio ad attacchi continui. Il timore, ancora una volta, è che Trump – che molti ritengono non abbia valutato fino in fondo le conseguenze di questa guerra – possa sottostimare le difficoltà non solo di conquistare, ma soprattutto di mantenere il controllo di Kharg o dello stesso Stretto di Hormuz. “Potrebbe rivelarsi un disastro annunciato”, ha dichiarato a MSNBC un ex alto ufficiale militare statunitense, sotto copertura dell’anonimato. Un’analisi condivisa da diversi osservatori, secondo cui un attacco all’isola potrebbe rappresentare un punto di svolta in questa guerra. Trump potrebbe vedere l’escalation come una via d’uscita, ma lo stesso potrebbe valere per l’Iran. “Se Kharg venisse attaccata – scrive su X Vali Nasr, tra i massimi esperti di Iran e professore alla Johns Hopkins University – di certo il regime iraniano risponderebbe con un’escalation, non con una capitolazione”.

Il commento

Di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“Ciò che possiamo aspettarci sull’Iran è una tregua che ovviamente Trump rivendicherà come una sua vittoria. Raggiuntala, si potrà negoziare sulle cause immediate della guerra: i 400 chili di uranio iraniano arricchito; la produzione dei missili balistici: cioè come garantire a Teheran una forma di deterrenza senza minacciare i vicini; le milizie che l’Iran sostiene nella regione. Per le cause più profonde del conflitto, la teocrazia iraniana e i suoi possibili cambiamenti, servirà molto più tempo”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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