
Dopo aver detto “forse sì, forse no devo ancora decidere” all’ipotesi di un attacco americano contro l’Iran, il presidente Donald Trump ha annunciato che prenderà una decisione “entro due settimane” e che ha affermato che “non è troppo tardi” per una soluzione diplomatica. Ci sta ripensando dato che una parte della sua base è fortemente contraria all’intervento? O è una tattica per indurre gli iraniani ad abbassare la guardia e recuperare l’effetto sorpresa? Difficile dirlo considerata anche la tendenza del tycoon ai repentini cambi di rotta, ma mentre sembra offrire una via d’uscita agli iraniani, il presidente Usa sta di fatto guadagnando tempo e aumentando le sue opzioni. Due settimane infatti aprirebbero una finestra per potenziali mediazioni diplomatiche, ma darebbero anche il tempo a una terza portaerei americana di raggiungere la regione, offrendo agli Usa maggiore capacità di contrastare l’inevitabile rappresaglia iraniana in caso di attacco. Dando per buono il fatto che Trump intenda smarcarsi da modalità e tempistiche di un conflitto deciso a tavolino da Benjamin Netanyahu (una volontà da non dare per scontata) resta da capire se a questo punto, gli iraniani abbiano la flessibilità politica necessaria per sfruttare il periodo di tempo concesso da Trump. Al contrario degli Usa, la Repubblica Islamica sembra avere poche opzioni per porre fine all’escalation, essendo drammaticamente a corto di buone alternative. https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FPaoloMagri.ISPI%2Fvideos%2F1047748203653759%2F&show_text=false&width=560&t=0
Escalate to de-escalate?
Teheran ha già escluso di tornare al tavolo delle trattative e firmare un accordo mentre è sotto attacco. In quel caso, oltre a perdere la faccia, gli iraniani sarebbero costretti a rinunciare completamente al programma nucleare, considerato al momento l’unico elemento di deterrenza contro Tel Aviv. Inoltre la leadership iraniana ritiene che cedere alla “resa incondizionata” di Trump non solo non fermerebbe gli attacchi israeliani, ma accelererebbe un cambio di regime già annunciato come obiettivo primario da Israele. Allo stato attuale, alla Repubblica islamica sembra non restare altra via se non quella di rispondere agli attacchi colpo su colpo. “I funzionari iraniani pensano che se l’Iran non reagirà dopo ogni attacco, i bombardamenti israeliani diventeranno più intensi e credo che abbiano ragione” ha detto Negar Mortazavi, analista del Center for International Policy (CIP) ad Al Jazeera, e ha aggiunto: “Ma ogni volta che [l’Iran] reagisce, dà a Israele la scusa per attaccarlo di nuovo”. Non è chiaro l’entità dei danni causati alle infrastrutture militari israeliane, dal momento che quest’ultimo impedisce ai media di riportare tali informazioni, ed è difficile valutare per quanto tempo l’Iran potrà sostenere una guerra contro un nemico molto più forte sul piano militare. Ma al momento la scommessa iraniana sembra essere questa: infliggere abbastanza danni a Israele da spingerlo a porre fine ai combattimenti il prima possibile.

Fare pressione sugli americani?
L’Iran potrebbe reagire attaccando le risorse americane nella regione, in particolare le basi militari nel Golfo Persico. Colpire truppe statunitensi però sarebbe una strategia estremamente rischiosa perché se da un lato potrebbe far leva sui sentimenti anti-interventisti di una buona fetta dell’opinione pubblica americana, anche all’interno del partito repubblicano, che non vuole che i militari Usa siano coinvolti nell’ennesima guerra in Medio Oriente, dall’altro provocherebbe una sicura risposta e un intervento militare di Washington al fianco di Israele. L’ipotesi di un attacco militare americano esiste comunque, ma comunque, ma Teheran vuole evitare di provocarlo con le proprie azioni, poiché aggraverebbe la sua vulnerabilità. Più probabilmente Teheran potrebbe esercitare una pressione sugli Usa chiudendo o attaccando le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio quotidianamente. La mossa, come hanno confermato fonti vicine a i Pasdaran “è sul tavolo” e avrebbe enormi ripercussioni sul commercio globale e i prezzi del greggio. Anch’essa tuttavia provocherebbe con ogni probabilità una risposta americana. Inoltre, strangolando le esportazioni di greggio, danneggerebbe a sua volta l’economia iraniana già provata da anni di sanzioni.
Un nuovo equilibrio a favore di Israele?
Per lunghi anni, l’ipotesi che un conflitto diretto avrebbe inflitto gravi sofferenze sia a Israele che all’Iran, ha agito da deterrente. L’ondata di violenza seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha fatto saltare questo equilibrio precario e proiettato il Medio oriente verso una guerra capace di ridisegnarne i rapporti di forza: l’Iran e la sua rete regionale nota anche come ‘Asse della Resistenza’ sono stati gravemente indeboliti. Hamas e Hezbollah non sono sconfitti, ma la loro capacità di colpire Israele è ora molto limitata. Il regime di Assad in Siria è crollato nel dicembre 2024 e gli Houthi dello Yemen hanno capacità offensive ridotte e nettamente rudimentali per poter esercitare pressione su Israele. Né il sostegno a Teheran verrà da altre parti: Pechino e Mosca, per quanto chiedano una de-escalation non scenderanno in campo a sostegno dell’Iran e seppur preoccupate dall’ipotesi di un vuoto di potere a Teheran non metteranno a repentaglio le loro relazioni con l’amministrazione Trump, Israele e gli Stati del Golfo offrendo più di un supporto limitato. “L’attuale scontro tra Iran e Israele sta modificando gli equilibri di potere in Medio Oriente – osserva Thomas Juneau analista di Chatham House – La nuova realtà è un equilibrio regionale più ineguale, in cui un Iran indebolito non ha più valide opzioni per difendere la sua influenza in calo, mentre Israele beneficia di un margine di manovra molto più ampio”.
Il commento
Di Trita Parsi, Vicepresidente Esecutivo, Quincy Institute for Responsible Statecraft
“Il regime iraniano è estremamente impopolare, soprattutto negli ultimi due anni. Quello a cui stiamo assistendo ora è un notevole ‘raduno attorno alla bandiera’, ma non attorno al governo. Questa reazione è dovuta in gran parte al modo in cui questi attacchi vengono condotti. Colpire edifici residenziali con il pretesto di colpire personale militare ha finito per uccidere civili e danneggiare ospedali, centri cittadini, studi televisivi. C’è un diffuso senso di shock, non perché la gente non fosse consapevole dei rischi, ma perché i negoziati erano in corso e non c’era la preparazione per un’escalation di questa portata, né il modo in cui Israele sta conducendo le sue operazioni”.
Alessia De Luca

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