
“La democrazia muore nelle tenebre”. Questa frase che campeggia sotto la testata del Washington Post è un monito per noi. Come il motto che troviamo in prima pagina sul New York Times: “Tutte le notizie che vale la pena stampare”. Ognuno ha i suoi principi, il suo codice: io ho scelto quelli che arrivano da Oltreoceano, ma hanno radici anche nella Gazzetta di Mantova di via Fratelli Bandiera 32, un’università di giornalismo. Scrivo questa riflessione a un anno di distanza dal mio addio al Corriere Romagna per mettere in chiaro alcune cose e mettere fine, una volta per tutte, a inutili chiacchere. Ho diretto per un anno il quotidiano regionale che ha sede a Rimini, ma già dopo sei mesi ho capito che non ero la persona giusta al posto giusto. Ho informato chi di dovere con largo anticipo, dando un preavviso più lungo di quello richiesto: tre mesi invece di due. Avrei potuto vivacchiare, forte di un contratto a tempo indeterminato, ma non l’ho fatto. Ho deciso che fosse meglio così per tutti, con grande rispetto nei confronti di chi mi aveva offerto un lavoro da direttore. Da quel momento sono iniziate a circolare voci che mi volevano in partenza per Trento, Piacenza e altre città dove sono stato al massimo in gita, qualche volta. Conosco tanti editori, ma non ho contratti in tasca o accordi verbali. Ho lasciato il Corriere per motivi personali, stop. Non c’è mai stato altro. In questo periodo amici, imprenditori, rappresentanti di associazioni culturali hanno manifestato la speranza di un mio ritorno a Mantova al timone della Gazzetta. Li ringrazio per la stima, ma è una partita che non è mai stata giocata e non si può pretendere da un editore che ripari i danni causati da chi l’ha preceduto.
A chi mi ha chiesto un’opinione sul giornale ho risposto con la solita franchezza che forse ha disturbato, ma non è mio costume fare l’inchino (anche se va di moda) o vendere fumo. Penso da sempre che i quotidiani siano il frutto del gioco di squadra e la lealtà sia il primo comandamento. Qualsiasi sia la scelta dei nuovi proprietari per la Gazzetta sarò il suo primo tifoso perché, come ho scritto nel fondo di saluto ai lettori nel gennaio 2021, si può amare un giornale e io l’ho amato. Convinto, come sono, che non sia l’equivalente di una fabbrica di bulloni (con tutto il rispetto per i metalmeccanici), ma un corpo con un cuore che batte, un’anima e un cervello che riflette. Vedo, al contrario, che l’editoria ha intrapreso un’altra strada, più vicina al marketing e alla pubblicità. Così per affrontare la crisi si snaturano la professione e il prodotto, con risultati negativi. La mia generazione è cresciuta in un ambiente diverso, forse più ruvido, ma trasparente. Ringrazio gli editori (Finegil e Cega) per la libertà che mi hanno concesso nelle tre direzioni per circa dodici anni. Se ho sbagliato l’ho fatto in proprio e non per conto terzi. Ho lavorato tanto e mi sono anche divertito. Ogni sera a controllare le prime pagine, limare i titoli, e al mattino sfogliare orgoglioso il frutto dell’impegno mio e delle redazioni che ho avuto il piacere di guidare. A chi è venuto e verrà dopo auguro di fare di più e meglio. C’è tanto bisogno di buona informazione, qui e ovunque. La luce della democrazia.
Paolo Boldrini

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