Il Senatore Andrea Cangini, responsabile cultura di Forza Italia, si è fatto promotore di un’iniziativa parlamentare per introdurre nel ‘perimetro dell’App18’, la stampa quotidiana e quella periodica, le cui esclusioni rappresentano storture da disattenzione, appare però strano per un ex direttore non essersene accorto prima, ma tant’è.
App 18, è la ridenominazione pop del ‘bonus cultura’, quello introdotto dal Governo Renzi dal Governo Renzi nel 2016, e almeno per ora, ‘sorprendentemente’, conservato anche dall’attuale Governo. Il ‘bonus’ prevede, che al compimento del diciottesimo anno di età, ogni nuovo maggiorenne possa ricevere dallo Stato, il regalo di 500 Euro, da spendere in ‘cultura’: teatri, cinema, concerti, libri, dischi, dvd, corsi di danza, corsi di musica, musei e quant’altro, ma non in quotidiani d’informazione e i periodici.
Per il Senatore in questione, l’informazione, la formazione, l’identità e la lettura sono valori che verrebbero messi in crisi dal dilagare delle news da social, il pericoloso messaggio che ne trarrebbero i giovani, è che ai fini della crescita individuale e collettiva, i giornali non sono cosa più importante di un di un CD o di un corso di ballo..
Ha ragione Cangini, quando afferma che l’importanza d’informarsi per conoscere, è fondamentale per la formazione dei giovani, nonché, aggiungiamo noi, per la qualità della democrazia e della vita delle comunità nella quale si apprestano ad essere componente responsabile, ma se si associa, che sarebbe più viva se fatta su carta, in quanto davvero un’altra cosa, s’impone qualche riflessione.
Prima di essere eletto al Senato, Cangini era il direttore del Quotidiano Nazionale e il Resto del Carlino, ed è immaginabile, che quando smetterà di fare il parlamentare, ritorni alla professione; il suo battersi per introdurre al reddito di cittadinanza e alla quota 100, l’emendamento da lui promosso al decreto, puzza un po’ di conflitto d’interessi, anche se è da escludere, che sia il solo ad averne nel ‘puritanesimo’ di questo Parlamento.
Che l’editoria nazionale d’informazione, viva una stagione di crisi è data dai numeri, non appare congiunturale, anzi il trend evidenzierebbe solo peggioramenti, il capro espiatorio non è o quanto meno non solo, la diffusione delle tecnologie digitali, sempre più apprezzate e usate dalle nuove generazioni, bensì anche la qualità del ‘prodotto’ informativo, per come viene realizzato e divulgato nel sistema multimediale dell’informazione.
Non c’è da stupirsi, se l’offerta d’informazione proposta appassioni sempre meno e soprattutto i giovani, che giustamente tendono a sottrarsene per cercare di costruirsene una propria. Conviviamo con un eccesso d’informazione e l’esagerazione dell’informazioni le uccide, così ammoniva il matematico Jhon Von Neumann, se poi l’informazione viene surrogata con la sovrabbondanza di cronaca che fa ampio ricorso a rappresentazioni caricaturali dei fatti politici e sociali, le conseguenze sono: il più alto livello di disinformazione popolare a livello europeo, e le schizofreniche contraddizioni di consenso maggioritario per chi sta governando e per converso un altrettanto maggioritario dissenso per le decisioni assunte e che dovrebbero qualificarne l’azione, bah.
Se il sistema è in crisi di lettori, d’inserzionisti e di credibilità, più che illudere e illudersi di provare a rimuovere ex lege il meditato ripensamento dei giovani, sarebbe più opportuno immergersi in una profonda riflessione e interrogarsi, sul come mai, prestigiosi quotidiani come il New York Times, crescono in termini di fidelizzazione sia nelle edizioni cartacee, (oltre un milione di abbonati) sia nelle edizioni digitali (oltre 3 milioni), e perché il Washington Post nato nel 1887, per intendersi quello dello scandalo Water Gate, che mandò a casa il Presidente degli Stati Uniti Nixon, , abbia sentito l’inderogabile esigenza di sottotitolarsi con ‘ Democracy dies in darkness ’ e per enfatizzandolo lo ha proiettato durante il più importante evento sportivo dell’anno per gli USA.
Nel Bel Paese, pur essendo usciti dal secolo dell’ideologie, l’informazione non riesce a liberarsi dal condizionamento di proporsi secondo gli usurati schemi di pregiudizio piuttosto che privilegiare l’etica dell’indipendenza per la correttezza informativa, che per essere tale, non può che differenziarsi dal l’utilitarismo, che ha come presupposto, l’aggregazione per l’occasione o nel tempo, di masse erratiche e per concorrere a identificare il popolo in platee da consensi e dissensi, la cui misurarsi è il ‘televoto’.
La perpetrazione di questa ridotta informativa, induce all’omogeneità nel fare ‘cronaca’, e induce a complicità nella mistificazione dell’antitesi popolo élite, che consente di sottrarsi al rischio d’identificazione in casta per le presunte responsabilità del pregresso, e affiancare così i nuovi governanti nel mistificato concorso di di nuova élite che non deve apparire come tale.
La promozione di una proposta informativa così difettosa per i giovani appare anacronistica, i giovani propendono per modelli di selettività, autogestendosi nel confronto e nel dibattito che avviene negli spazi più privati della rete, piuttosto che nelle tradizionali community: Facebook e Wats App, perché ciò consentirebbe di approfondire gli argomenti con maggiore flessibilità e minori pregiudizi, senza esporsi agli altri con affermazioni che potrebbero essere percepite come definitive.
Invece, se si guarda con disincantato alle dinamiche del nostro sistema d’informazione cartaceo e televisivo, non può sfuggire il persistere degli antropologici condizionamenti: le finalità economiche degli stockholder di riferimento, il continuismo, nonostante che nel terzo millennio siano diventati assai meno rilevanti, i pregiudizi ideologici, il narrare i fatti in controluce con la pretesa di dettare la linea politica, e ‘last’, ma forse ‘the least’, l’anacronistica connivenza con le ‘note’ artatamente prodotte dagli ‘attori protagonisti‘ della vita pubblica e sociale, che vengono fatte diventare il quotidiano soggetto per gli ‘show’ multimediali, dove ad andare in scena è la promiscuità tra informazione e politica, nell’errata presunzione che qualità dell’informazione e verità, debbano inevitabilmente sgorgare dalla sintesi del contrasto tra diversi pregiudizi.
La qualità dell’informazione dovrebbe scaturire dalla valorizzazione di identità che si costruiscono e si consolidano attraverso il coraggio di declinare il mondo della quotidianità umana, tra le intenzioni della vita e le intenzioni del sistema nel quale la vita è inserita, per il cui perseguimento, la ricerca della verità, non può che essere scevra da qualsiasi pretesa del consenso che si vorrebbe perseguire.
Ciò che serve ai giovani per poter capire quello che potrà essere la vita per loro, è solo l’insieme delle verità, per consentire di poter esprimere la loro libera espressione di vita, anche e soprattutto se può essere indirettamente una minaccia politica, e augurarsi che qualsivoglia abbonamento a quotidiani e periodici preveda a mo’ di chiave di lettura una copia del saggio di Vàclav Havel, ‘ Il potere dei senza potere’, antitesi culturale a ogni mood di destra quanto di sinistra di propensione di usare l’informazione a fini egemonici. Caro Senatore, se le cose non mutano, forse per i giovani potrebbe essere più salutare un abbonamento a un corso di ‘salsa o cachaca’, che quello alla maggioranza dei quotidiani.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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