
Il 27 ottobre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione sul conflitto Israelo-Palestinese che richiede una tregua umanitaria immediata. Passata con 120 voti a favore, 14 contrari e 45 astensioni – tra cui l’Italia – la votazione riflette le spaccature della comunità internazionale. Se si riesce a trovare una linea comune nella speranza che le violenze cessino presto, ci sono pareri contrastanti sulle cause e le responsabilità alla base del conflitto. Mentre l’Occidente ha da subito dichiarato il proprio supporto per Israele, la comunità araba sottolinea le atrocità che la comunità palestinese vive da anni – in particolare dall’inizio del governo di destra di Netanyahu.
Anche tra i paesi del sud est asiatico ci sono reazioni contrastanti all’attacco. Come riflesso della lontananza geografica della regione, la risposta più comune nella Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) è stata quella di invocare la fine del conflitto. Ci sono però paesi nella regione che hanno legami economici e culturali più stretti con Israele e Palestina. È il caso dei più fedeli alleati degli Stati Uniti nel sud-est asiatico: Singapore ha infatti espresso con fermezza il proprio supporto ad Israele, e similmente le Filippine hanno condannato la violenza ai danni della popolazione civile israeliana.
Alla parte opposta dello spettro sono invece i paesi a maggioranza musulmana della regione: in Indonesia – dove più del 85% della popolazione si professa di religione musulmana – e Malesia il supporto per la Palestina è largamente diffuso tra la popolazione, come dimostrano le proteste che hanno animato le strade di Jakarta e Kuala Lumpur.
Negli scontri che nei decenni si sono verificati tra Israele e Palestina, l’Indonesia ha costantemente sostenuto il diritto palestinese di autodeterminarsi e ha criticato le risposte violente e sproporzionate delle autorità israeliane alle azioni di Hamas in quanto hanno causato numerose perdite tra i civili palestinesi. Anche per lo scontro di ottobre, il governo di Jakarta non ha esitato a richiedere un cessate il fuoco immediato e a sottolineare come all’origine del conflitto ci siano le politiche e l’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi.
Il supporto per la Palestina rimane solido
Le relazioni tra Indonesia e Palestina hanno radici profonde. Nel 1945 la Palestina fu tra i primi stati a sostenere l’indipendenza dell’Indonesia, invitando anche i paesi della lega araba a sostenere e riconoscere il paese. In segno di riconoscenza, il Presidente indonesiano Sukarno, che governò tra il 1945 e il 1967, espresse più volte la sua vicinanza alla lega araba negli scontri contro Israele. Negli anni a venire, i rapporti tra Palestina e Indonesia rimasero amichevoli, fino al riconoscimento ufficiale da parte di Jakarta dello stato palestinese nel 1988. L’Indonesia resta un attore vocale nello scenario internazionale nel richiedere il riconoscimento dello stato palestinese, il rispetto dei diritti della popolazione di Gaza e Cisgiordania e l’opposizione all’espansionismo di Israele.
Il governo indonesiano destina fondi per programmi di rafforzamento per le parti sociali atti a costruire organi statali in grado di sostenere una Palestina forte e indipendente. Oltre a fornire borse di studio per la popolazione l’Indonesia ha mantenuto negli anni una forte presenza in ambito umanitario. Nel 2011 ad esempio con fondi provenienti da donazioni indonesiane venne costruito un ospedale a Beit Lahiya, sulla striscia di Gaza. Queste citate sono solo alcune delle iniziative indonesiane per supportare la creazione e il rafforzamento di strutture solide nei territori palestinesi nella speranza che un giorno possa esservi uno stato indipendente.
Per meglio comprendere quanto sia esteso il grado di supporto per la causa palestinese, basti pensare che quando nel 2018 Trump spostò l’ambasciata USA dalla da Tel Aviv alla politicamente connotata Gerusalemme – in una mossa atta a riconoscere la città come capitale di Israele – in Indonesia le proteste e le critiche furono accese. Inoltre, ci furono forti obiezioni da gruppi musulmani quando si seppe che il paese asiatico, in quanto organizzatore del Under-20 World Cup del 2023, avrebbe dovuto ospitare anche la squadra israeliana. Il clima di incertezza e di opposizione ha portato la FIFA ad annullare l’evento e a multare lo stato.
In seguito al più recente scoppio della guerra sulla striscia di Gaza, le proteste in Indonesia continuano con migliaia di cittadini che sono scesi nelle strade per criticare la violenza di Israele ai danni dei cittadini palestinesi. La protesta si è estesa anche all’ambasciata statunitense, dove cittadini indonesiani hanno denunciato il supporto americano di Israele.
L’Indonesia non riconosce Israele, e non intende farlo in un futuro prossimo
A dimostrazione del legame con la Palestina, l’Indonesia non ha mai aperto ufficialmente relazioni diplomatiche con Israele. Questa è una posizione diplomatica condivisa da molti altri paesi arabi, anche se negli ultimi anni alcuni attori avevano iniziato un processo di riavvicinamento a Tel Aviv – ad esempio nel 2020 tra gli stati che aprirono i canali diplomatici ufficiali con il paese ebraico ci furono gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain, il Marocco e il Sudan.
Questo cambio di atteggiamento aveva seguito lo sforzo da parte dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump per portare i paesi arabi a riconoscere il maggior alleato degli USA in Medio Oriente. Tuttavia, per l’Indonesia il riconoscimento di Israele non è mai stato nei piani, nonostante pare che l’ex presidente Trump avesse cercato di spingere per un riconoscimento del governo israeliano con la possibilità di sbloccare miliardi di dollari in finanziamenti da Washington in cambio.
Oltre alle ragioni storiche e alla vicinanza religiosa che legano l’Indonesia alla Palestina, per Jakarta il riconoscimento di Israele non porterebbe a vantaggi politici per il governo in carica.
Sul piano politico, aprire canali diplomatici ufficiali con Israele esporrebbe il governo ad aspre critiche da parte della popolazione e dalle frange islamiste del Paese. In anni recenti, il Presidente Joko Widodo ha dovuto fare i conti con movimenti ultra-islamici cercando di arginare gli esponenti estremisti per evitare una radicalizzazione di alcuni movimenti religiosi interni al Paese. Un potenziale riconoscimenti di Israele – che da anni viene accusata dalla comunità islamica di non rispettare i diritti della popolazione palestinese – potrebbe quindi dar nuovo impeto a questi movimenti più radicali. Inoltre, il governo rischierebbe di inimicarsi i potenti movimenti islamici nel paese che guidano molte delle decisioni politiche interne, come ad esempio il gruppo islamico Nahdlatul Ulama che annovera tra le sue fila oltre 50 milioni di persone.
Anche dal punto di vista economico, i benefici derivanti da un riconoscimento d’Israele non sembrano valere il costo politico di tale decisione. Ad oggi, infatti, i rapporti economici tra i due paesi – i cui scambi commerciali sono attestati intorno a 500 milioni di dollari l’anno – esistono nonostante l’assenza di canali diplomatici ufficiali. I flussi di commercio sono però difficili da quantificare con certezza considerando che vengono spesso veicolati attraverso paesi terzi.
Possibili conseguenze nelle relazioni Indonesia-Occidente
Nel dibattito intorno al conflitto, molti esperti hanno sollevato preoccupazioni su cosa questo conflitto possa significare per il futuro delle relazioni internazionali tra occidente e mondo musulmano. Tenendo conto del chiaro supporto che l’Occidente ha espresso verso il governo di Netanyahu, si teme non solo una radicalizzazione dei movimenti islamici e un possibile aumento degli episodi di terrorismo, ma anche una difficoltà a mantenere stabili i rapporti con i paesi a maggioranza musulmana.
Sebbene la storia ci abbia mostrato più volte che i legami economici sono quasi sempre più forti delle vicinanze ideologiche, e difficilmente l’Indonesia rinuncerà ad intrattenere rapporti economici con partner importanti come EU e USA, le posizioni occidentali potrebbero mettere a repentaglio alcuni dossier politici che vedono il paese come attore fondamentale.
L’Indonesia è un interlocutore necessario per Stati Uniti e Unione Europea nel Global South e nell’Indo-Pacifico. I paesi occidentali hanno infatti chiarito la volontà di intensificare la propria presenza nella regione in chiave anticinese e l’Indonesia, potenza democratica del G20 e paese che vivrà nei prossimi decenni un’importante crescita demografica ed economica, è un tassello fondamentale nelle strategie per la regione.
Nel paese però oltre al montare delle critiche verso la violenza israeliana ai danni dei palestinesi, cresce anche il malcontento verso i paesi che supportano tali azioni – come testimoniato dalle proteste di fronte all’ambasciata USA. Se dovesse prolungarsi il conflitto e se l’Occidente dovesse intervenire in maniera più attiva a supporto dell’attacco israeliano, i rapporti con il governo indonesiano potrebbero risentirne pesantemente e si potrebbe assistere ad un ricalibramento della politica estere indonesiana, lontano dalla linea di Washington e Bruselles.
Paola Morselli
Ispi Research Assistant

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