
Nella notte tra venerdì e sabato Israele ha intensificato le sue attività militari nella Striscia Gaza lasciando presagire l’inizio dell’offensiva di terra più volte annunciata dai vertici delle forze armate, in seguito all’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre. A tre giorni dall’inizio di questa “nuova fase” – anticipata dai più massicci bombardamenti mai scatenati finora sull’enclave palestinese – la strategia israeliana sembra consistere più in operazioni di terra, rapide e mirate, anziché di una invasione su larga scala e nel senso ‘tradizionale’ del termine. Hamas ha denunciato che i carri armati israeliani sono entrati nella Striscia da nord e da est, più o meno all’altezza di Juhor ad Dik, a sud di Gaza City, mentre è di questa mattina la notizia che i tank starebbero bloccando la strada Salah ad-Din, principale arteria di collegamento tra il nord e il sud della Striscia. L’esercito non ha confermato né smentito la posizione esatta delle forze armate dispiegate sul territorio per “motivi di sicurezza”, ma sembra questo il ‘new normal’ che Israele intende imporre sul territorio, rimasto quasi completamente isolato dal resto del mondo. “Israele vuole massimizzare il proprio vantaggio in termini di potenza di fuoco su Hamas e minimizzare le perdite, cercando allo stesso tempo di evitare di coinvolgere altri avversari nella guerra – riferiscono fonti ben informate al Financial Times, secondo cui “a livello tattico, l’area più piccola del previsto ha consentito alle truppe di terra di ricevere più facilmente supporto aereo ravvicinato – una copertura cruciale per entrare nel nord di Gaza dove Hamas ha trascorso anni a preparare le difese”.

La Striscia nel caos?
Intanto, la situazione umanitaria all’interno della Striscia peggiora con il passare delle ore. Secondo il ministero della Sanità palestinese, le vittime dall’inizio dei bombardamenti hanno superato quota 8mila, di cui oltre 3mila bambini. E ieri centinaia di persone hanno fatto irruzione nei magazzini delle Nazioni Unite, sottraendo cibo, acqua e altri beni di prima necessità. Un segnale preoccupante, che indica come l’ordine sociale stia iniziando a sgretolarsi dopo tre settimane di guerra, bombardamenti indiscriminati e un “embargo totale” dichiarato dal premier Benjamin Netanyahu. Tra i palestinesi, stipati nella zona meridionale della Striscia, la frustrazione non fa che aumentare e domenica Israele ha intimato l’evacuazione dell’ospedale Al Quds di Gaza, sostenendo che presto diventerà “zona militare”. Nell’ospedale, però, oltre alle persone ricoverate, ci sono centinaia di civili sfollati dopo che le loro abitazioni erano state distrutte dai bombardamenti. Una situazione che ha provocato l’intervento di Karim Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale recatosi al valico di Rafah, da dove ha annunciato che la Corte sta indagando la possibilità che il blocco degli aiuti verso la Striscia possa configurarsi come un crimine di guerra.
Polveriera Cisgiordania?
Nella tensione crescente all’ombra degli attacchi di Hamas prima e di Israele poi, anche in Cisgiordania la situazione sta diventando sempre più incandescente. E non aiuta il fatto che il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, politico di estrema destra e paladino dei coloni, li abbia riforniti di “oltre 10mila fucili d’assalto” che – temono diversi osservatori – potrebbero essere usati contro i palestinesi. Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, infatti, non solo sono aumentati i raid dell’esercito israeliano sul territorio, ma anche gli episodi di violenza da parte dei coloni in cui oltre 120 palestinesi avrebbero perso la vita. La Cisgiordania era considerata una vera e propria polveriera già prima della guerra a Gaza, e ora nei villaggi palestinesi sono stati di fatto imposti dei ‘lockdown’ che impediscono ai residenti ogni movimento. Le restrizioni hanno portato al quasi totale isolamento delle famiglie nelle loro case e terre, soprattutto quelle situate nell’Area C, sotto il controllo civile e di sicurezza israeliano, che costituisce la maggior parte del territorio della Cisgiordania. In molte zone le scuole, come anche i panifici, le farmacie e i negozi di alimentari, sono chiusi da settimane e i coloni hanno anche lanciato campagne di incitamento sui social media come in volantini distribuiti sotto i parabrezza – riferisce Ha’aretz – in cui minacciano i palestinesi e li esortano a lasciare lo loro case prima della nuova grande “Nakba”, parola araba con cui viene indicato l’esodo palestinese dopo il 1948.
Diplomazia in stallo?
Poco o nulla si è mosso, sul fronte politico/diplomatico nel fine settimana: sabato l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione non vincolante, presentata dalla Giordania, contenente la richiesta di una tregua a Gaza. Il testo ha ottenuto 120 voti a favore, 14 contrari – tra cui Usa e Israele – e 45 astenuti, tra cui l’Italia. L’Europa, i cui 27 capi di Stato e di governo avevano approvato al termine di un faticoso Consiglio una dichiarazione in cui chiedevano “pause umanitarie” ha votato in ordine sparso. “È il giorno dell’infamia”, ha commentato l’ambasciatore di Israele all’Onu, Gilad Erdan, in riferimento al fatto che il testo non conteneva alcuna condanna esplicita all’aggressione di Hamas. Intanto, il movimento islamista ha fatto sapere che, dopo gli ultimi raid su Gaza, “non può esserci nessun negoziato” e mentre continuano gli scontri a fuoco alla frontiera con Libano e Siria, l’Arabia Saudita ha avvertito gli Usa che l’invasione israeliana di Gaza “potrebbe rivelarsi catastrofica”. Oggi, in serata, gli Emirati Arabi Uniti presenteranno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una nuova risoluzione, per chiedere una “pausa umanitaria” nei combattimenti. La scorsa settimana gli Stati Uniti avevano bocciato una risoluzione per un cessate il fuoco presentata dal Brasile. Il portavoce della Casa Bianca John Kirby aveva dichiarato che gli Usa sostengono “una pausa nelle attività militari israeliane” a Gaza ma, aveva aggiunto: “Non tracciamo linee rosse, continueremo a sostenere Israele”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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