1943: Tre italiani, prigionieri di guerra nel campo inglese di Nanyuki, in Kenya, dopo lunga preparazione e comunque male equipaggiati evadono per conquistare la vetta del monte Kenya.
Siamo agli inizi del 1943. Tre italiani, prigionieri di guerra nel campo inglese di Nanyuki, in Kenya, dopo lunga preparazione e comunque male equipaggiati evadono per conquistare la vetta del monte Kenya. La raggiungono, vi piantano il tricolore, riscendono, tornano sui propri passi e si riportano rapidamente entro i reticolati del campo per consegnarsi alla inevitabile (ma ammirata) punizione. Con ciò hanno affrontato, malnutriti, mille peripezie; a tutti gli effetti si può dire una follia se non fosse che leggendo “Fuga sul Kenya” (Corbaccio, 2012) si scopre che l’autore, Felice Benuzzi, uno dei protagonisti, l’ha rappresentata per ciò che già era: l’impresa di una vita, “una vittoria sulla quotidianità inerte della prigionia, sulla passività, sul presente schiacciante e immutabile che incombeva su di noi da due anni”. Nella bellezza e nel silenzio dei cinquemila i tre si sono appropriati di una ricchezza che nessuno mai potrà loro sottrarre. Ma c’è di più, c’è molto da imparare: fondamentalmente, qui si è compiuto il miracolo di concepire dal nulla ciò che difficilmente avrebbero osato alpinisti di ben altra fama, tecnicamente superiori e magari “allenati, ben nutriti, serviti da portatori, insomma da uomini liberi”; dunque si possono fare grandi cose anche con niente, sol che si sia animati da un fuoco interiore; anche nelle situazioni le più anguste, le più scomode – ammonisce Benuzzi – “esiste un futuro! Se si sa crearlo, se si sa osare (…). Tu puoi rimettere in moto il tempo se ti sai impegnare a fondo con tutto se stesso”. Una volta nella vita Felice, Enzo e “Giuàn” sono stati quello che desideravano essere, liberi, spregiudicati e senza compromessi di sorta. E poi, vi sembran poco l’entusiasmo (“eravamo felici, giovani, leggeri, come non ci eravamo sentiti da chi sa quanti anni”), l’umanità, l’amicizia, quella capacità di stupore tipicamente infantile, l’amore per il creato e l’“inesauribile desiderio di purezza” che sollecitano l’anima via via che la lettura procede?
La vicenda della prigionia non è poi diversa da quella di una vita intera. “Per veramente nascere occorre morire”: il diario dell’impresa diventa avventura interiore, spirituale, sempre con un pensiero rivolto ‘lassù’, nell’ammirazione e nel senso di indegnità dinanzi allo spettacolo “dell’inesauribile vena del Creatore”.
Eppure, quando tenta il bilancio dell’impresa, quest’uomo mostra un equilibro disarmante: “il bilancio è questo: riprendi il tuo fardello e ridiscendi ai reticolati (ognuno vi veda pure i propri, di ‘reticolati’, ndr). A tuo agio in questo mondo non ti troverai mai, perché il tarlo che ti rode è anelito, aspirazione all’Eterno”.
Se per il biblico Giobbe “l’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, e fugge come un’ombra”, non possiamo non rispondere, con il divin Poeta, che fatti non fummo “a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. E allora a tutti i ‘grandi’, ai ‘generosi’ che la vita ha chiuso (più o meno momentaneamente) nella ‘tenaglia’, mi permetto di suggerire una ‘fuga sul Kenya’. Se dovessero lasciarsi assalire dalla tentazione dell’antidepressivo… questa fuga è più potente di qualunque pasticca.

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