Rischiamo veramente di essere commissariati o lo siamo già per effetto del nostro immenso debito pubblico e dalla reazione dei mercati? E cosa succede quando addirittura, in un Paese, interviene la Troika con i suoi tagli draconiani alla spesa? Un lavoro utile di informazione ci pare quello fatto da Lorenzo Borla che settimanalmente cura una lettera (Zibaldone) che riporta brani di quanto pubblicato dalla stampa sui temi cruciali del momento. Dal suo Zibaldone abbiamo tratto le considerazioni di Antonio Polito sul Corriere della Sera e l’intervento di Alexis Tsipras al “meeting” Ambrosetti di Cernobbio. Due punti di vista, entrambi utilissimi a capire di più.
Commissariamento?
(Antonio Polito, Corriere) Questa è la quarta estate d’ansia per la nostra sovranità. Ed è la quarta di seguito in cui ci accorgiamo che il governo ha sbagliato i conti, che la ripresa era un miraggio, e che non cresceremo affatto. Nella prima estate c’era Berlusconi, nella seconda Monti, poi Letta, ora Renzi. Cambiano vorticosamente i premier ma i problemi restano uguali, come la crisi in cui è piombato il nostro Paese. E alla fine del tunnel c’è sempre l’identica alternativa: o ce la facciamo da soli, o qualcuno lo farà al posto nostro. Perché l’Italia è troppo grande, e troppo intrecciata è la sua sorte con quella dell’intera Europa, per poter fallire. Perciò ha ragione Renzi, come altri premier prima di lui, quando dice con orgoglio che ciò che c’è da fare lo decidiamo noi. È esattamente questo il perimetro della nostra sovranità. Essa infatti ci conserva la libertà di decidere su tasse, spese, pensioni, mercato del lavoro. Ma è limitata da due colonne d’Ercole oltre le quali non possiamo più andare: da un lato ci sono i Trattati, da noi liberamente firmati, che ci dicono di quanto possiamo indebitarci ogni anno; dall’altro ci sono i mercati, che ci dicono quanto costa indebitarci ogni anno.
Dunque la nostra sovranità non è limitata da Bruxelles, ma dal nostro debito. Anzi, per essere più precisi, dal credito che ci danno i risparmiatori di tutto il mondo e chi ne gestisce i capitali. Siccome il nostro debito è immane, la nostra sovranità è già molto limitata. Ogni volta che ci servono soldi, ne perdiamo un pezzo. Meno ne chiediamo e più liberi siamo. Ma se non ricominciamo a produrre ricchezza, ne dovremo chiedere sempre di più. Per nostra fortuna stiamo vivendo un momento magico dei mercati. Nonostante le nubi nere che si aggirano per l’Europa, si mantengono calmi. Ma non c’è bisogno di essere un gufo per capire che questa bonaccia può finire da un momento all’altro.
Ecco dunque un’ottima ragione per correre, e sbrigarsi a fare ciò che va fatto. Questo non è un braccio di ferro con Juncker per avere uno sconticino, non è questione che si possa risolvere all’italiana, con un po’ di furbizia e qualche rodomontata. Se continuiamo ad aspettare passivamente una ripresa che poi resta zero, o sotto zero; se continuiamo ad eludere scelte difficili definendole inutili totem, non c’è alcuna speranza di reggere il nostro deficit sopra la linea di galleggiamento. In un mondo nel quale merci e capitali circolano liberamente e globalmente, è sovrano solo chi è forte. E noi stiamo diventando troppo deboli per vivere un’altra estate così.
Contro l’austerità
Riporto qui l’intervento di Alexis Tsipras al noto “meeting” Ambrosetti di Cernobbio. Tsipras è il leader del secondo partito (Syriza) in Grecia, e la sua lista, presentata in Italia alle elezioni europee, ha raccolto il 4% dei voti. Se pure a capo della sinistra antagonista, le cose che dice sono secondo me interessanti, ragionevoli e condivisibili.
Cari amici, mi rendo conto che il vostro invito a parlare qui si basa su due ragioni. La prima è che sapete che vi presenterò una visione diversa, forse eretica, della politica dominante nella Ue. La seconda ragione è perché rappresento un partito greco, il Paese nel quale, grazie alla troika, si è applicato il programma di austerità più violento mai realizzato in Europa. Ho sentito poco fa il signor Barroso, quasi in tono di scusa, dire che non si vergogna dei risultati dei nostri sforzi per uscire dalla crisi. Non so se qualcuno dovrebbe vergognarsi, ma certamente nessuno può festeggiare o essere orgoglioso di questi risultati.
Quindi voglio iniziare con una premessa. La crisi è ancora qui. E non solo la crisi è ancora qui, ma crea metastasi. Da cinque anni lottiamo contro la crisi, ma non siamo riusciti a uscirne. La crisi se ne è andata dalle banche, è passata all’economia reale e dall’economia reale è passata ormai nella società dove minaccia la coesione sociale. In Europa la crisi ha tre aspetti: crisi politica, crisi economica, ma anche crisi di fiducia nel sistema politico. Ciò è dimostrato dai risultati delle elezioni europee, ovvero dal fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini europei non crede che noi – che stiamo discutendo qui – possiamo dare una soluzione efficace ai problemi di cui soffrono: di conseguenza voltano le spalle alla politica. Questo si manifesta con l´aumento minaccioso dell´estrema destra populista, ma anche con l’ascesa minacciosa dell’anti-europeismo. Se oggi “un fantasma si aggira per l’Europa” non è quello del comunismo, ma il populismo dell´estrema destra anti-europeista, è il fantasma dell´euro- scetticismo e dell´ anti-europeismo.
Permettetemi di offrire brevemente alcuni dati per comprovare il fallimento del programma di austerità in Grecia. In soli quattro anni abbiamo avuto un calo del Pil di quasi un quarto (1/4), una cosa senza precedenti per un Paese in tempo di pace. La disoccupazione ufficiale è arrivata al 28%, il che è inaccettabile per un paese nel cuore dell’Europa. Inoltre abbiamo un debito pubblico che, dal 126% del Pil è passato al 175% e aumenta ancora. E abbiamo anche una vasta quantità di disinvestimenti. Quindi penso che, partendo dal presupposto che la cura ha aggravato la malattia, dobbiamo essere tutti d’accordo che questa cura debba essere interrotta. E penso che giustamente la maggioranza dei cittadini in Europa dice che la troika, come istituzione che è stata imposta dalle istituzioni europee, deve essere abolita.
Quindi penso che abbiamo bisogno di cambiare strategia. Nessuno dice – almeno noi non lo diciamo – che dovremmo tornare ai tempi dei grandi deficit. Ma la insistenza per seguire la strada dell’austerità con dedizione dogmatica e religiosa, non porta da nessuna parte. In primo luogo, molto semplicemente, perché nessun Paese nella storia economica moderna può far fronte ad un debito che si avvicina al doppio del suo Pil, un Pil che si sta riducendo di continuo, dal momento che la Grecia deve pagare ogni anno oltre 10 miliardi per interessi, ed è tenuto ad avere surplus del 4,5% per coprire il pagamento del debito. Semplicemente, in modo matematico, con questi dati lo sviluppo non verrà mai. E senza crescita non emergerà dalla crisi. Anche noi crediamo che vi sia ricchezza, soprattutto in Grecia, che ultimi anni è rimasta intatta: ebbene, questa ricchezza deve essere tassata. Così saremmo in grado di trovare le risorse. Però, anche noi abbiamo capito che per uscire dalla crisi dobbiamo bisogno di generare nuova ricchezza. E senza crescita non si produce ricchezza.
In secondo luogo, il programma di privatizzazioni, che si supponeva fosse uno degli strumenti per uscire dalla crisi, non può funzionare in condizioni di disinvestimento e diminuzione dei valori. In Grecia calcolavano di recuperare 50 miliardi dalle privatizzazioni, ma ne abbiamo realizzato soltanto 2,9; e nel migliore dei casi, se il programma andrà avanti, realizzeremo altri 9 miliardi. In terzo luogo, le riforme strutturali vanno nella direzione opposta rispetto a quelle necessarie. Non affrontiamo le grandi patologie dell’economia greca: l´evasione fiscale, lo stato clientelare. Con determinazione dogmatica vengono promosse riforme che hanno a che fare con la liberalizzazione dei licenziamenti, in un’economia che ha quasi il 30% di disoccupazione. Credo che ci siano molte opportunità nel quadro europeo, ma non all’interno della dogmatica aderenza alla logica dell´ austerità, non al contesto della troika. La troika ha fallito, deve essere fermata. Esistono altre soluzioni. Qui voglio ricordare questo: nel giugno 2012, il signor Monti ha proposto che la ricapitalizzazione delle banche doveva venire direttamente dall’ Esm (European Stability Mechanism), senza gravare il debito pubblico. Con questa proposta, se fosse stata seguita, le cose sarebbero andate meglio.
Così oggi, siamo di fronte ad una realtà che è caratterizzata dalla stagnazione, dal rischio di deflazione, dalla continuazione dei grandi debiti pubblici e privati. Per affrontare questa realtà abbiamo bisogno: 1) In primo luogo, una politica coraggiosa della Bce. Le proposte di Draghi sono per noi in una direzione positiva, ma servono interventi molto più radicali per affrontare il problema. 2) In secondo luogo, abbiamo bisogno di iniziative di sviluppo a livello comunitario per affrontare la recessione, espandendo il ruolo della Banca Europea per gli Investimenti. 3) In terzo luogo, dobbiamo risolvere – dovevamo averlo risolto ieri, anni fa, quando iniziò la crisi – il problema del debito. Noi proponiamo una soluzione europea, per trovare una base sostenibile, nella logica della mutualità, nella logica della conferenza del 1953 che ha affrontato il debito della Germania, che è stato un grande momento di solidarietà per l’Europa. Dobbiamo riscoprire questi valori fondanti dell’Europa. La solidarietà, la democrazia, la coesione sociale.

Lascia un commento