Sinonimo di un’identità non umana è certamente la parola razza così come è stato chiarito da Lino Leonardi nel suo libro “Le parole hanno un peso .Razza sinonimo di identità non umana”,uscito in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali da parte della dittatura fascista.
Prima di soffermarmi sul chiarimento atteso ,indispensabile e necessario ,arrivato dall’accademico della crusca,vorrei citare , una frase di Indro Montanelli per confutare ,in maniera incontrovertibile, chi lo abbia tacciato di essere un razzista:
“Quando c’è una caccia alle streghe, io per prima cosa ,vado a sentire cosa dicono le streghe.”
Dare a Montanelli del razzista che ha fatto della libertà ,dell’anticonformismo e della irriverenza contro il potere uno stile di vita e di giornalismo ,significa non conoscerlo affatto.
E dunque un’identità non umana appartiene anche e soprattutto agli imbrattatori della verità che vogliono fraudolosamente contestualizzare un’avvenimento di 90 anni fa,sul quale ritornerò dopo aver ripreso il discorso iniziato.
La parola ‘razzismo ‘è etimologicamente legata alla parola razza , parola già di per sé ,ideologicamente politicamente e socialmente discriminatoria,basti pensare all’involuzione del termine stesso :da specie ,passando a etnie e poi ancora a religioni,a seconda del modo in cui si usa o al soggetto a cui si riferisce ,in questo caso l’uomo.
Nel libro di Leonardi si chiarisce che l’origine del termine razza fu a lungo incerta, e discussa tra illustri studiosi e che in particolar modo fino agli anni cinquanta prevaleva l’ipotesi che derivasse dal latino ‘generatio’ (Salvioni, Meyer-Lübke), o dal latino ‘ratio’ (Canello, Prati, Spitzer): termini astratti, che evocavano il significato di ‘stirpe’ o addirittura di ‘ragione’, quanto di più nobile e proprio della natura umana.
Leo Spitzer, ebreo viennese che nel 1933 espatriò dalla Germania nazista (insegnava a Colonia) in Turchia e poi negli Stati Uniti, proprio in quell’anno aveva pubblicato un primo articolo sul tema, inteso a confutare l’uso discriminante del termine, che nel contesto della Germania degli anni Trenta veniva opposto come fondamento biologico alle ragioni dell’uguaglianza tra gli uomini: «fu per me un piacere pieno di malizia presentare alla Germania l’idea che la parola che veniva usata in contrapposizione a “spirito” vanta così un’origine altamente spirituale».
Fu un illustre Accademico della Crusca, Gianfranco Contini, impegnato nel ’44 nella liberazione dell’Ossola, a capovolgere la prospettiva, dimostrando nel 1959 che l’origine era tutt’altra.
Razza ha le sue prime attestazioni in italiano antico, da cui si diffonde a tutte le lingue europee, ed è originariamente una trasformazione medievale dell’antico francese’ haraz’, che indica un allevamento di cavalli, una mandria, un branco.
Per una delle più vistose parole-simbolo in nome delle quali si era prodotta l’abiezione della ragione, cadeva così l’illustre derivazione da ratio, e veniva riconosciuta «una nascita zoologica, veterinaria, equina» (Contini).
Un caso formidabile in cui la scoperta dell’origine di una parola può cambiarne la percezione e l’uso, può accompagnare e determinare la sua trasformazione da nobile segno di eccellenza e di distinzione a specifico marchio di bestialità.
Veniamo ai giorni nostri .
Se da un lato’ la fame di aria ‘di Floyd,(I can’t breathe)l’abbiamo provata tutti,causando un’ondata di sdegno mista a dolore,voglia di riscatto e forza di reagire, trasformatasi in accese manifestazioni formate sia da manifestanti afroamericani,stanchi e arrabbiati per la brutalità della polizia ,che da persone di ogni gruppo etnico religioso in tutti gli Stati Uniti(circa il 60%dei giovani bianchi appoggia Black lives matter secondo un sondaggio del Pew Research Center ),dall’altro ,la disparità attraversa ancora gli States :ad Atlanta la polizia ,venerdì scorso ,uccide ancora un afroamericano facendo un ricorso ingiustificato all’uso delle armi.(Garrett Rolfe e Devin Brosnan sono i due agenti che hanno ucciso ad Atlanta, durante un tentativo di arresto, un afroamericano di 27 anni, Rayshard Brooks.)
E dunque, nel mondo di oggi, a distanza di tantissimi anni , così diverso da quello di allora, c’è ancora bisogno di diffondere, anche sul piano strettamente linguistico, la consapevolezza di quell’aberrazione di quella igmominia.
Forse il problema di fondo sono i termini usati.
Vi sono termini che a oggi dovrebbero risultare desueti.
Questi termini non sono altro che i nomi dati ai problemi che attanagliano l’umanità, per cui abbiamo combattuto e continuiamo a batterci:sessismo ,xenofobia, omofobia razzismo.
E, tanti altri.
L’identità non umana è solo e soltanto sinonimo di un odio senza tempo che pare non conosca remissione.
Tutto può diventare il nemico da schiacciare mediante il proprio credo ,la propria provenienza o mediante una epidemia (cosi come avvenuto verso il popolo asiatico a causa del covid 19)
Da decenni dunque la parola razza, marchiata a fuoco dalla peggiore ignominia della storia del Novecento, e solo qui può inserirsi il riferimento al ‘madamato ‘di Indro Mondanelli ,può e deve essere intesa alla luce del suo significato originario, e dovrebbe essere usata solo per definire un’identità non umana.
Nel 1959, quando Contini pubblicò la sua ricerca, un quotidiano nazionale si rifiutò di darne notizia.
Il caso Brooks, oltre alle polemiche sull’uso della forza da parte della polizia, riaccenderà le proteste iniziate dopo l’uccisione di George Floyd?
Quale può essere una riflessione profonda, condivisa e per nulla autoassolutoria su un tema che non è mai stato risolto e che di fatto ritorna a riscaldare periodicamente gli Stati Uniti e non solo ?
Indro Montanelli era un razzista?
Chi ha spirito critico (dal greco κριτικός “che discerne”),risponda.
Daniela Piesco

È importante saper discernere,condivido la tua conclusione e trovo encomiabile ,oggi nell’era dello buttarsi del fango addosso,riconoscere qualità o virtù di controparte.
Il problema, però, a questo punto è diverso: se dovessimo infatti spazzare via la memoria di tutti gli artisti, scrittori, filosofi, giornalisti, musicisti, scienziati o politici che a 25 anni, nella loro vita privata, hanno assunto comportamenti moralmente discutibili la lista di nomi illustri sarebbe particolarmente lunga, e se dovessimo aggiungere a tale lista quella di coloro che nel 1936 potevano essere definiti o si definivano fascisti, o che potevano essere considerati “razzisti”, nel senso che consideravano culturalmente arretrati o inferiori le popolazioni africane, la lista diverrebbe ancora più lunga: si svuoterebbero non solo molte piazze dei loro monumenti, ma anche molte antologie scolastiche e molti musei.
Una simile tendenza a voler “ripulire” la storia da quanto oggi non sarebbe ammissibile dalla nostra evoluta coscienza potrebbe essere riconducibile a quanto Benedetta Tobagi ha scritto sulle colonne di Repubblica sabato 13 giugno, ovvero al “deficit di memoria storica che affligge la maggior parte della società. Il senso comune storiografico è paurosamente impoverito, per lo più si galleggia in un eterno presente. Il problema non è soltanto che le cancellazioni forzate hanno un inquietante sottofondo orwelliano, roba da stalinisti o talebani. Eliminata la statua, esaurita l’emozione del momento, che cosa si lascia a futura memoria delle ragioni della sua rimozione, per contrastare l’ignoranza generale?”. La presente pulsione a sopprimere, decapitare o imbrattare monumenti, da quello di Cristoforo Colombo a quelli di Winston Churchill e di Montanelli, è espressione d’un risentimento greve verso la storia, verso le diverse visioni del mondo che l’hanno caratterizzata, verso le sue molteplici culture e civiltà. Siamo di fronte, in altre parole, a una forma di revisionismo ben più radicale e arrogante di quello che è stato ingiustamente imputato allo stesso Montanelli: siamo di fronte ad una vera negazione della storia, negazione che potrà avere come principale conseguenza solo quella d’impedire in futuro la possibilità di comprenderla e che pare molto simile alla censura sistematica perpetrata dai regimi totalitari di ogni specie.
Anzi, c’è da temere che proprio la pulsione decontestualizzante che la ispira preluda a una forma pericolosa di totalitarismo, quella propugnata da coloro che pensano di poter applicare le loro emancipate concezioni etico-politiche al passato, d’essere cioè esponenti d’una forma astorica e superiore di saggezza o di giustizia, quasi che il tempo li avesse consacrati quali portatori delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità e come se fossero stati incaricati di redimere la storia e di epurarla dal male con qualche censura a posteriori, che in realtà può essere soltanto figlia della propensione eterna a giudicare senza voler capire.