Da più parti e da autorevoli rappresentanti delle Istituzioni – dalla politica alla finanza, fino al mondo delle imprese – si fa sempre più pressante l’invito al dialogo, alla concordia tra le diverse sensibilità presenti nel nostro Paese, nella convinzione che l’uscita dal virus e dalle condizioni economiche sfavorevoli che ha generato, i cui effetti stiamo già sperimentando sulla nostra pelle, necessiti di un comune sforzo orientato alla progettualità ed alla realizzazione di riforme ormai indifferibili.
Una convinzione condivisibile e razionale, fondata su numeri impietosi che non lasciano molto spazio alla discussione. Eppure, nonostante l’evidenza, si assiste non all’avvio di una stagione condivisa di vere riforme – dall’economia al lavoro, fino alle riforme Costituzionali, sulle quali la classe politica Italiana ha ampiamente dimostrato di non avere una seria volontà di adeguare il nostro Paese alle più moderne Democrazie del mondo – ma ad un riaccendersi di contrapposizioni che non possono che preoccupare tutti coloro i quali osservano con moderazione e prudenza l’evolversi della situazione. Come se gridare in piazza la pur legittima diversa opinione bastasse per decretare immediatamente un diverso stato di cose, che tuttavia vivrà più nell’immaginazione delle masse che in atti concreti capaci di incidere davvero sul prossimo futuro di questo Paese. Immaginazione che verrà fatalmente delusa – questa sarebbe la mia speranza, volendo concedere a questo Paese ancora qualche virtù, che oggi purtroppo appare ben nascosta – non appena ci sveglieremo dal sonno della ragione nel quale la politica dei social ci ha consegnato, con esiti che è facile prevedere potranno essere, nella migliore delle ipotesi, di rimpianto per un passato glorioso di responsabilità, preparazione e grandi tensioni morali che purtroppo non tornerà mai più nella politica Italiana.
Cosa occorrerebbe, dunque, a questo Paese per rilanciare un cammino comune all’altezza della propria Storia e grandezza?
Non credo, in tutta onestà, alle operazioni “spot” – mosse più da calcolo politico, per il ritorno di immagine e di consenso che ne deriva, che dalla reale capacità di incidere in modo concreto sulle nostre vite – di cui più o meno tutti gli attori politici sulla scena – sia pure in forme diverse – si stanno facendo abili promotori, quasi fossero le soluzioni definitive ai problemi endemici che ci affliggono da generazioni. Non credo ai comitati di saggi e di esperti, alle piazze urlanti e inferocite – dalle quali confido il Cielo voglia preservarci il più a lungo possibile – ed alla politica dei ” tweet” che immortala anche il più squallido rigurgito di umanità facendolo passare per moderna partecipazione alle sorti comuni di questa sfortunata Nazione.
Al contrario, sono fermamente convinto che l’Italia necessiti con urgenza di recuperare un patrimonio politico perduto, che si chiama “Popolarismo”, capace di far emergere quella larga fetta di cittadini – oggi silenti e convinti fautori del “non voto”, tra i quali ho l’onore di annoverarmi – ai quali affidare un progetto politico di vera rinascita, come accadde agli albori della Repubblica, orientato alla moderazione ed al rispetto delle diversità di cui oggi si nota la vistosa assenza.
Questa prospettiva potrebbe essere favorita oggi dai ragionamenti sul sistema elettorale Proporzionale in atto, ma allo stesso tempo ne verrebbe drammaticamente snaturata se ci si limitasse al solo impianto proporzionale senza prevedere importanti correzioni quali l’elezione diretta del Capo dello Stato ed un sistema parlamentare capace di orientare la caduta dei Governi al modello Tedesco della “sfiducia costruttiva”, vale a dire un’alternativa pronta per dimissionare un Esecutivo in Parlamento. Per quanto bizzarra, l’idea di prendere a prestito le più felici e riuscite esperienze di Francia e Germania – idea che lascio volentieri a Costituzionalisti e Politologi, nei dettagli – per farne il punto di svolta dal quale far ripartire le nostre Istituzioni, potrebbe certamente risultare provocatoria agli occhi di chi con fatica accetta – in tempi di dilagante “sovranismo” – che oltre i nostri confini vi sia anche qualcosa di buono, oltre al rigore nei conti pubblici. Eppure, tale operazione non solo sarebbe necessaria per restituire un minimo di onestà intellettuale ad una politica asfittica e tristemente ripiegata su se stessa, ma dovrebbe essere orientata ad una severa autocritica che le “elites” di questo Paese dovrebbero avviare per non aver mosso un dito mentre perdevamo un inestimabile patrimonio di valori e testimonianza – il Popolarismo, appunto – la cui ricostruzione potrebbe essere tardiva e quasi impossibile e senza la quale qualsiasi riforma non avrebbe altro effetto che prolungare l’agonia di un malato terminale.
Su questa idea di Repubblica, molto lontana da chi invoca elezioni quasi fossero la “panacea” di tutti i mali, sarebbe auspicabile convergessero tutte le forze politiche di orientamento moderato e allo stesso tempo sarebbe indispensabile che la Gerarchia Cattolica prendesse finalmente in mano il futuro di questo Paese – senza più timori verso le voci stonate che la vorrebbero silente – per gettare rapidamente le basi di un progetto di rinascita – come fecero i primi rappresentanti del Popolarismo , da don Sturzo a Papa Montini – di una rinnovata, credibile ed unitaria presenza politica dei Cristiani e Democratici Italiani. Senza più ambiguità e senza più camuffamenti dietro simboli anonimi o storie politiche e tradizioni spesso antitetiche alla nostra. Anche a costo di risultare minoritari, ma onestamente capaci di un coraggioso atto di Testimonianza.
Non si tratta più di preferire questo o quel partito, per quanto piccolo o grande possa essere, o di stringere rapporti di stima personale con singoli uomini politici ma di azzerare completamente la sfortunata intuizione della Diaspora – che ha reso ininfluente la presenza Cristiana in politica – fino al più grande atto di coraggio e generosità che un Cristiano possa fare: metterci la faccia, il cuore e l’anima e dire a chiare lettere che così non va, che il futuro di questo Paese è stato sacrificato sull’altare del pressapochismo e che la si deve smettere, una volta per tutte, con l’anonimato ed i partiti ” arlecchino “, con dentro tutto ed il suo contrario.
Da comune cittadino, lontano dalla politica attiva, sento la necessità di gridare a gran voce tutta la mia delusione per la mancanza di un soggetto politico adatto a rappresentare idee ancora diffuse e senza tempo, che in Europa godono di largo consenso e che tutt’ora trovano uomini e donne coraggiosi capaci di incarnarle fino al Governo dei propri Paesi.
Il richiamo alla responsabilità, civile e morale, al tempo del Coronavirus costituisce un richiamo della Storia che forse ci pentiremo amaramente di non aver saputo raccogliere, per noi stessi e per i nostri figli.
Pietro De Montis
La rinascita del Popolarismo, unica via per il futuro
Sono fermamente convinto che l’Italia necessiti con urgenza di recuperare un patrimonio politico perduto, che si chiama “Popolarismo”, capace di far emergere quella larga fetta di cittadini – oggi silenti e convinti fautori del “non voto”, tra i quali ho l’onore di annoverarmi.

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