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Pisa, Teatro Verdi – Un flash mob dei lavoratori del teatro per sensibilizzare la cittadinanza

Stefano Mecenate ha intervistato due lavoratori, Michele della Mea, capo elettricista e disegnatore luci, e Silvano Patacca, direttore artistico per la prosa e la danza.

di Stefano Mecenate | 17 Giugno 2020

Non è cosa di tutti i giorni, a Pisa, capitare nel pomeriggio ai Banchi, in  prossimità del Comune e del Ponte di Mezzo, all’inizio di Corso Italia, la via preposta allo “struscio”, ed assistere ad un piacevolissimo flash mob a base di romanze d’opera cantate in mezzo alla strada tra una folla che cresceva di minuto in minuto.

Sarebbe sembrata una festa, o quantomeno un momento ludico decisamente piacevole se non nascondesse invece una triste realtà: nonostante la fase 3 conceda ai teatri la facoltà di aprire e di proporre, con mille limitazioni, spettacoli aperti al pubblico, il teatro Verdi di Pisa resta chiuso fino a Gennaio 2021.

Non bastavano le settimane di lock down trascorse con, apprezzabili ma non sufficienti, spettacoli su web: Pisa e i pisani (ma non solo) devono fare a meno di cultura e spettacoli per ancora per altri otto mesi e con loro artisti, tecnici costretti ad una “astinenza” artistica ed economica che assume un peso decisamente rilevante.

Per meglio comprendere ciò che sta accadendo, abbiamo contattato due figure che, nei diversi ruoli, possono illuminarci su una situazione che ci rattrista e ci preoccupa: Michele della Mea, capo elettricista e disegnatore luci della Fondazione teatro di Pisa, e Silvano Patacca, direttore artistico per la prosa e la danza.

Michele della Mea, Il silenzio dei teatri è durato troppo a lungo. In questa fase 3 sembrava che le nuove direttive consentissero una graduale e prudente riapertura. Ma le porte del teatro Verdi di Pisa restano chiuse: perché?

Bella domanda anche noi lavoratori ce lo siamo chiesto e abbiamo domandato alle nostre istituzioni del teatro coscienti di una situazione generale come l’emergenza Covid, che chiaramente ha mandato in crisi tutto il settore ma altresì vero che nel nostro caso era già prima del Covid che soffiavano venticelli di crisi di programmazione per il futuro.

Non a caso, dopo 2 mesi e mezzo senza aver nessun tipo di informazione in un incontro con la Presidente , il CDA e Direttrice a tutti i lavoratori veniva comunicato dell’esistenza di un disavanzo notevole che gravava sul Teatro. Disavanzo già dichiarato dal direttore amministrativo Paganelli a settembre 2019. 

A inizio Covid si riparla di questo disavanzo con una cifra superiore rispetto a quella anticipata dal direttore amministrativo. Questo ha portato alla dichiarazione che l’attività di Autunno non sarebbe stata fatta e tutto sarebbe stato rivisto forse a  Dicembre ma molto più probabilmente a Gennaio 2021.

Questo è la spiegazione data ai dipendenti. 

Certamente le restrizioni sui posti del pubblico causa COVID possono mettere in crisi la gestione degli spettacoli in teatro ma è altresì vero che, a parte una stagione presentata dall’ Assessore alla Cultura al Giardino Scotto, alla quale, ad oggi, le maestranze del teatro non parteciperanno, non viene presa in considerazione alcuna progettualita alternativa per il Verdi.

Sembra che le proposte in tal senso sia di Silvano Patacca, direttore artistico prosa e danza, che di Stefano Viziosi, direttore artistico per la lirica, siano state inascoltate e che quindi nulla venga previsto per i mesi a venire. 

Peraltro, proprio a Vizioli è in scadenza a fine giugno il contratto e la proposta di proroga per un anno non depone a favore della direzione dal momento che la programmazione di un teatro anche per ricevere i fondi FUS è triennale. 

La mancanza di certezze per il futuro, rafforzata da questa latitanza per un così lungo periodo di spettacoli ed eventi nel nostro teatro ci preoccupa e ci addolora, perché sappiamo bene quanto ognuno di noi, tecnici e artisti, è profondamente legato a questa realtà che sentiamo profondamente nostra.

Le attività culturali abbisognano di uno staff che consenta loro di potersi realizzare: come sono state vissute queste settimane da coloro che, da sempre, vivono dietro le quinte?

I lavoratori tecnici, dopo 45 giorni a casa con il FIS circa 778 euro, sono rientrati per 3 giorni alla settimana, così come altre lavoratrici degli uffici; tutti gli altri, tra cui comunicazione e direzione artistica prosa e danza, sono a casa con chi 1 chi 2 chi 3 giorni di smart working e FIS. 

Inoltre non c’è nessuno spazio per i lavoratori a termine e stagionali e sopratutto non sembra esserci una programmazione a breve e medio termine. In poche parole il nulla.

Io sono stato dal 13 marzo a la scorsa settimana a casa con 3 giorni di FIS e due giorni di ferie che dovevo smaltire entro agosto. A parte un giorno di lavoro in cui sono rientrato in teatro con il capo macchinista per verificare i lavori di manutenzione sulle nostre attrezzature usate negli spettacoli e fare una relazione. Da una settimana siamo rientrati per 3 giorni e la prossima, ad oggi, sappiamo che saranno ancora 3 giorni.

Come mi sento? Male, tremendamente male: abituato a vivere e respirare cultura e spettacoli, a costruire la magia delle luci di uno spettacolo, mi ritrovo al nulla oltretutto senza un a visone di futuro certo e con la consapevolezza che l’emergenza COVID c’entra fino a un certo punto; personalmente penso solo che ci sia un tentativo di “risanamento” sulle spalle dei lavoratori e a scapito della cultura.

Pisa, ma non solo, ha bisogno di cultura non solo come strumento di promozione turistica ma come ingrediente indispensabile alla vita di ogni persona. Cosa pensa sia possibile fare, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, perché questo bisogno di cultura possa essere adeguatamente soddisfatto?

Qualsiasi cosa che porti cultura in città. Bisognerebbe stimolare progetti e proposte dai soggetti del territorio, bisognerebbe che il teatro si facesse per primo portatore di eventi culturali, dentro e fuori la propria struttura, utilizzando tutti i rapporti costruiti negli anni per avere a fianco artisti disponibili a mettersi in gioco anche a cachet ridotti per controbilanciare il numero ridotto di spettatori che possono fruire degli spettacoli per le distanze di sicurezza previste dal DPCM.

Senza scivolare in facili retoriche, non credo si debba misurare la cultura unicamente con il metro economico, anche se giustamente i bilanci, alla fine debbano quadrare. Ma proprio in un clima critico come quello che stiamo vivendo, dopo settimane di isolamento, la cultura e lo spettacolo possono essere veicoli preziosi per ritrovarsi e condividere momenti in comune. 

Senza contare che, a mio avviso, una offerta culturale di qualità per una città come Pisa potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di interesse di un certo tipo di turismo che non cerca solo lo svago. E, lo sappiamo bene, quanto il turismo abbia bisogno oggi di elementi di attrazione: arte, storia, cultura, enogastronomia sono elementi di forte attrattiva: proporli in un “pacchetto” potrebbe certamente aiutare a veicolare un numero maggiore di turisti.

Poi, molto poeticamente, lasciatemi dire come ho fatto spesso che una democrazia di un popolo si misura anche sul numero di teatri aperti e attivi nelle proprie città

Il flash mob di ieri ha cercato di raccontare il disagio di coloro che vivono delle professioni legate alla cultura e allo spettacolo: cos’altro secondo lei è possibile fare per sensibilizzare meglio l’opinione pubblica e, principalmente, coloro che sono chiamati a decidere delle sorti del teatro?

Per sensibilizzare l’opinione pubblica, l’unico modo è dare informazioni chiare e corrette. Il flash mob, nel suo piccolo, è stato un modo simpatico per attirare l’attenzione su di noi e sul problema.

In fondo, da parte nostra c’è solo la volontà di evidenziare un problema riportandolo anche agli occhi di chi, in chiave politica, deve decidere delle strategie culturali della città e conseguentemente anche del teatro. Vorremmo che valutassero bene le ripercussioni che certe decisioni possono avere e che considerassero meglio il valore anche sociale che un teatro come il nostro, con le sue produzioni e con il suo legame con le realtà territoriali, può avere.

Personalmente posso solo dire che, se ho maturato tanta amarezza e delusione,  è ancora forte  la voglia di affrontare qualsiasi cosa pur di rivedere un teatro vivo pieno di musica e spettacoli e sopratutto di giovani .

Da un tecnico al direttore artistico. Silvano Patacca rappresenta, per gli anni trascorsi in questo teatro, un pezzo significativo della “memoria storica” del teatro Verdi di Pisa oltre ad essere al secondo mandato come vicepresidente di ADEP-Federdanza e membro dell’Ufficio di Presidenza di FEDERDANZA-AGIS.

Pisa ha bisogno del suo teatro ma, nonostante la fase 3 sembri indicare la possibilità di una cauta ripresa, le porte restano chiuse. Perché?

E’ dall’inizio della pandemia, chiuso in casa in perfetta solitudine, che ho cominciato a riflettere su una situazione inedita e completamente imprevedibile che ci ha posto tutti di fronte a scenari che mai avremmo nemmeno lontanamente potuto immaginare. 

E da subito, a coloro che mi ponevano domande sul futuro rispondevo, in piena emergenza sanitaria,“oggi la situazione è grave, ma sarà gravissima quando sarà consentito ripartire”. 

Il problema, secondo me, e vengo alla risposta, è che molti amministratori lungimiranti hanno cominciato da subito a porsi il problema, le Associazioni di categoria dello spettacolo nazionali, nel mentre chiedevano misure per affrontare l’emergenza, ammortizzatori sociali a sostegno dei lavoratori e domande su come affrontare il dopo, altri hanno visto in quegli stessi ammortizzatori, a carico dello Stato un mezzo per alleggerire bilanci in sofferenza; ecco allora il ricorso al FIS (fondo di integrazione salariale), allo smaltimento di ferie arretrate e, successivamente uno smart working centellinato e neanche per tutti. Inoltre c’è da dire che, stante l’andamento iniziale del contagio e il fatto che i luoghi di spettacolo non erano contemplati in nessuno dei codici Ateco per le attività essenziali, molti pensavano che – ultimi a ripartire – saremmo arrivati probabilmente dopo l’estate.

Ecco perché, quando è stato emanato il decreto che dava la possibilità di riprendere l’attività, sia pure con grossissime limitazioni e difficoltà, tanti teatri si sono immediatamente messi in moto e a progettare attività nelle condizioni date.

Queste lunghissime settimane di lock down ci hanno fatto sentire l’importanza della cultura e degli spettacoli dal vivo: il “surrogato” di ciò che è stato fatto on line ci ha fatto venire ancora più fame di spettacoli dal vivo. Cosa è possibile fare, secondo te, adesso e nei prossimi mesi per poter dare opportunità di fruire di questi spettacoli?

Insieme al collega Stefano Vizioli per la stagione lirica e le attività musicali e al referente per il settore della formazione, prima dell’emazione di quel decreto avevamo sottoposto alla Presidente della Fondazione progetti che individuavano luoghi all’aperto e contenuti che avrebbero dato la possibilità di offrire ai cittadini occasioni di spettacolo, affinché venissero rappresentati anche all’Amministrazione comunale per ricercarne l’indispensabile coinvolgimento economico e logistico.

Avevamo inoltre elaborato un altro progetto che avrebbe consentito il pieno utilizzo di tutto il personale, compreso ovviamente i tecnici di palcoscenico che, realizzando un prodotto artistico con una propria autonomia fruibile anche online, nel caso la presenza del pubblico in sala fosse stata procrastinata e, di fatto, realizzava in tutti i suoi aspetti, uno spettacolo da proporre al pubblico quando questo avrebbe di nuovo avuto accesso in teatro nel rispetto di tutte le disposizioni previste.

Prosa e danza hanno “subito” questo stop da COVID: in attesa di una auspicata nuova stagione 2020/21, pensa sia possibile portare anche fuori dal teatro qualche spettacolo?

Chiaramente tenendo conto, sia degli spazi a disposizione che del tipo di spettacolo e ovvio che si possono portare fuori ma, è altrettanto possibile, ripensare anche lo spazio teatro in una conformazione diversa per utilizzare anche quel luogo.

Voci diverse che raccontano lo stesso bisogno, quello di restituire al più presto al teatro Verdi il suo ruolo di polo di riferimento della cultura cittadina, laboratorio di esperienze e punto di incontro di quanti, e a Pisa sono tanti, sentono il bisogno di vivere insieme l’emozione di uno spettacolo dal vivo, di sentire il brivido di uno spettacolo di lirica, prosa o danza. Riaprire le porte del teatro, dar modo di portare anche fuori i loro spettacoli può essere davvero un segnale importante per una rinascita della città dopo l’incubo di un virus che, per un periodo che ci è sembrato infinito, ha interrotto la nostra vita e le nostre abitudini.

Stefano Mecenate

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Pubblicato in : Cultura ed eventi, Primo pianoTag: anni, assessore alla cultura, crisi, democrazia, dichiarato, disposizione, emergenza, euro, futuro, giovani, importanza, incubo, informazione, integrazione, italia, lavoro, misure, opinione pubblica, pisa, rinascita, sostegno, teatro di pisa, teatro verdi di pisa

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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