Libertà e autorità. Un binomio che attraversa la storia, non solo la ‘grande’ storia ma anche la vicenda di ciascuno di noi, perché la nostra vita è un filo che si dipana lungo un crinale tra divieti e facoltà, tra obblighi e diritti; è un’alternanza di istanze di ordine e di creatività, di rigore e di caos.
Non è raro che nella stessa persona si avvicendino atteggiamenti di segno diametralmente opposto.
Partendo dall’esigenza del rispetto, della correttezza, dal desiderio di ordine e sicurezza questa persona ritiene che sia necessaria un’autorità forte, che però è il frutto del proprio intendimento ed è intrisa di tutto ciò che essa stessa desidera. L’immagine che ha del migliore potere che si possa realizzare su questa terra reca inevitabilmente l’impronta delle proprie opzioni, il marchio delle proprie esigenze e preferenze. Le vorrebbe in qualche modo proporre anche agli altri, suscitando il loro consenso o il loro entusiasmo. In assenza di questi, sarebbe tuttavia disposta anche ad imporle a tutti i consociati. A far rispettare la propria legge e a modificarla ogni qualvolta lo ritenesse necessario od opportuno, senza troppo preoccuparsi. Evidentemente la discrezionalità che è insita nell’esercizio di qualsiasi potere potrebbe, anche gradualmente, degenerare in arbitrio; e poi addirittura in carpiccio, in puro capriccio. Ecco che questa persona avrebbe percorso in se l’iter che ha contraddistinto numerose vicende storiche, antiche e moderne, che sono sfociate in regimi autoritari o totalitari. Il ventesimo secolo ha offerto una rassegna tragicamente vasta e circostanziata di dette esperienze.
Questa stessa persona, in una giornata diversa, può però porsi in un’ottica speculare e opposta: partendo dall’esigenza di esprimersi e di intraprendere le più svariate iniziative, di coltivare la propria creatività, di muoversi dove la spingano l’ingegno, l’intuizione, la fantasia, di raggiungere la felicità secondo il proprio modo di intenderla, essa focalizza l’attenzione sulla sfera di libertà che compete al singolo, ragiona in termini di individualità e vede con sospetto ogni regola e coercizione che non sia necessitata dall’esigenza di una ordinata convivenza. Da qui, tuttavia, potrebbe spingersi anche oltre: volendo vivere in libertà tutto ciò che le passa per la testa e realizzarlo senza ostacoli di sorta, potrebbe approdare all’idea che l’ordinata convivenza non sia una ragione plausibile, un limite concepibile al volere e all’agire dell’individuo, potrebbe desiderare cioè una libertà tendenzialmente più ampia. E, rendendosi conto che ciò inietta nel sistema della convivenza una dinamica potenzialmente conflittuale (nel senso di violenta), accettare e proporre come canone sociale e civile la legge del più forte. Di qui a prospettare una libertà illimitata – contro ogni potere e ogni coercizione – e quindi una sostanziale anarchia, il passo sarebbe brevissimo. Naturalmente, in una società siffatta, questa stessa persona potrebbe figurarsi nei panni dell’individuo totalmente libero o liberato, ma non potrebbe far finta di non vedere che qualcun’altro, non lontano da lei, subirebbe questa condizione nella sostanziale impotenza o schiavitù.
Presumo di aver prospettato dei passaggi che talora costituiscono lo sviluppo segreto, inconfessabile delle nostre passioni, di idee anche momentanee, frutto di reazioni ed emozioni suscitate dai fatti, dagli sviluppi della nostra esistenza. Quella astratta persona che vive internamente le contraddizioni e i conflitti della storia è un po’ ciascuno di noi.
Vedo di trarne alcune conclusioni:
1) non v’è chi non veda come entrambe le soluzioni che – magari impropriamente – chiamerò ‘autoritaria’ (la prima) e ‘anarchica’ (la seconda) partono da premesse assolutamente condivisibili e razionali, ma giungono inevitabilmente ad esiti infausti;
2) gli esiti dei due percorsi – percorsi che sembrano opposti – presentano molte analogie e punti di contatto. Certamente tanto in un regime oppressivo quanto in una società senza regole e senza limitazioni e/o coercizioni, la vita, l’incolumità e la possibilità di raggiungere la felicità su questa terra non sono beni egualmente riconosciuti e/o garantiti a tutti i consociati: i quali in un caso sono nient’altro che sudditi, nell’altro sono delle monadi, delle mine vaganti;
3) ciascuno di noi, singolarmente preso, è in astratto – in quanto portatore di istanze razionali e irrazionali – potenzialmente costruttore e distruttore di regole di comune convivenza; sono il suo temperamento, la sua educazione, i momenti, le circostanze, gli ambienti, i contesti della vita, che contribuiscono a far pendere l’ago della bilancia sulla componente razionale e socievole, piuttosto che su quella irrazionale e tendezialmente antisociale;
4) per questo non è possibile affidarsi alla volontà degli individui, ma è necessario un pur minimo apparato statuale che sottragga ai consociati quel tanto di libertà che nega le libertà altrui e preclude il godimento tendenzialemnte paritario, da parte di tutti, di alcuni fondamentali beni della vita.
Mi piace pensare a questa finzione: che gli stati costituzionali moderni siano nati da particolari combinazioni di soggetti e di contesti nelle quali, in precisi momenti storici, hanno prevalso le istanze razionali, positive, in danno delle altre. Conquiste dettate da precisi momenti storici, dunque, spesso con attitudine a durare nei secoli. Mai, però, irreversibili.
Tutto questo costituisce certamente una riflessione per nulla originale che tuttavia ricorre in me, in questo tempo, sempre più spesso. Che è incoraggiata dal dubbio sulle mie (mi si passi il bisticcio) ‘certezze’ di sempre quando, davanti allo spettacolo della politica, mi indigno e mi arrabbio e, soprattutto, dall’intravedere nel momento presente il segno di un processo di involuzione, che definire (come ho già fatto) decadenza potrebbe già essere, putroppo, generoso.
Paolo Marini
LIBERTA’ E AUTORITA’: IL SENSO DEL COSTITUZIONALISMO MODERNO E DELLA REVERSIBILITA’ DI OGNI UMANA CONQUISTA
Di Paolo Marini

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