Giura Clemente Mastella che non sta né in cielo né in terra l’idea secondo la quale a dettargli un’opposizione così fiera ai modesti Dico sarebbe il Vaticano. Ha ragione: di questa storia non ha voluto sentir parlare mai, sin da quando si discuteva del programma dell’Unione. Ma non c’è dubbio che il suo no senza se e senza ma al disegno di legge varato la scorsa settimana dal governo sia considerato, Oltretevere, l’unica posizione accettabile. E che il suo annuncio di voler dare battaglia in Parlamento, senza escludere, come extrema ratio, le dimissioni, sia in perfetta sintonia con il messaggio che, a quanto ci risulta, la Cei ha inviato in questi giorni, direttamente o indirettamente, ai parlamentari cattolici dell’Unione per così dire più sensibili, teodem ovviamente compresi.
Si sta aprendo (o, più precisamente, il papa e i vescovi stanno aprendo, perché una legge più attenta alle loro ragioni di questa è difficile da immaginare) uno scontro più aspro ancora di quello che trentacinque anni fa divampò sul divorzio. Il cammino parlamentare dei Dico già si annuncia (è un eufemismo) peggio che accidentato. Il ddl governativo rischia assai; e, con il ddl, rischia assai pure il governo, molto più, crediamo, che sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. È difficile anche solo immaginare che a una simile prospettiva ci si possa sottrarre annacquando ulteriormente la legge. In primo luogo perché, così com’è, è già alquanto annacquata, e ulteriori sconti risulterebbero incomprensibili. In secondo luogo, e soprattutto, perché la Chiesa, semplicemente, non vuole alcuna legge, e impegna a questo vincolo (un vincolo, inutile dirlo, difficilissimo da sciogliere senza perdere del tutto forse l’anima, di certo la faccia) quanti, non solo, temiamo, Mastella e i suoi, decideranno di condurre al suo fianco la buona battaglia.
È lecito immaginare che i Ds, la gran parte della Margherita (a cominciare da quella che ha trovato la forza di reagire con dignità al non possumus anticipato dalla Cei sull’Avvenire), la sinistra radicale e insomma un’estesa maggioranza di un’esigua maggioranza, faranno la loro parte; ma ben difficilmente avranno con sé, almeno al Senato, la forza dei numeri. E quindi di necessità il discorso si sposta già ora sull’opposizione. Non su Pierferdinando Casini, ovviamente, e nemmeno su Gianfranco Fini, e neanche, a quanto pare, su Silvio Berlusconi che fa sapere che la libertà di coscienza va bene, sì, ma non al punto di offrire stampelle al governo. È dai laici, dai liberali, dai socialisti, dai repubblicani, dai radicali, ma anche da molti cattolici della Casa delle Libertà, e segnatamente di Forza Italia, da chi fatichiamo a immaginare corrivo con un’offensiva integralista, insomma, che vorremmo sentire delle voci più chiare e più forti.
Conosciamo l’obiezione, e la rispettiamo: tutto sarebbe più facile se si fosse scelta la via dell’iniziativa parlamentare, e non quella di un ddl governativo, perché qualsiasi opposizione al mondo, quando c’è da mettere in difficoltà e magari in crisi il governo, non può andare tanto per il sottile. Ma in questa vicenda, ci pare, sono ormai in gioco valori e diritti che vanno oltre i pur comprensibilissimi interessi della maggioranza e dell’opposizione. Per come le cose si sono messe, se i Dico venissero affossati non sarebbero guai solo per il governo, ma per le sorti di elementari princìpi di laicità e di libertà e anche, se c’è concesso, di un centrodestra più moderno, laico e liberale. Rifletteteci, amici della Casa delle Libertà. E rifletteteci anche voi, amici volenterosi, sin qui silenti su una storia che pure ha parecchio da spartire con la possibilità stessa di costruire prima o poi un bipolarismo maturo, e persino, qualora questa prospettiva vi aggradasse di più, un nuovo centro che non abbia sembianze pesantemente clericali.
Paolo Franchi
da il Riformista

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