
Da ieri, con l’intervista al Financial Times, è chiaro con chi la Presidente Meloni intenda collocare definitivamente l’Italia: Trump e il suo vice Vance sono i nostri primi alleati, anche quando ci insultano chiamandoci “parassiti” e “scrocconi” e anche quando decidono di applicare i dazi contro i nostri prodotti.
“L’Europa si è persa” dichiara la Presidente del Consiglio e lei sta con la destra neofascista americana di cui condivide ideali e programma. Poco importa se nell’immediato l’Italia può essere danneggiata dalle politiche del nuovo capo degli Stati Uniti perché -questa è la speranza- ci sarà sempre modo di rimediare e di essere trattati con riguardo, come di solito un padrone potente fa con il proprio schiavo se questo si mantiene fedele e non reagisce ai suoi colpi.
Meloni riesce a mettere l’Italia in una posizione critica verso bellicismo europeo di Francia e Inghilterra ma è incapace di una proposta alternativa e autonoma per l’Europa e corre a inginocchiarsi come un vassallo di fronte al sovrano Trump.
Si capisce perché il governo italiano non pronunci una parola contro il genocidio dei palestinesi che Netanyahu sta perpetrando con l’accordo degli USA.
Altrettanto chiara è la volontà di non disturbare le trattative esclusive dell’America con la Russia sull’Ucraina e il silenzio sui progetti di conquista americana della Groenlandia.
Il vincolo di vassallaggio comporta l’ubbidienza e l’affidamento totale al re: così fa Giorgia Meloni, anche con l’intento malcelato di ricompattare la sua maggioranza, con la Lega decisamente trumpiana e con Forza Italia sempre e comunque filo americana.
Questo pensa Giorgia Meloni che infatti subito rilancia, alla grande, l’iniziativa di una Repubblica presidenziale tendenzialmente autoritaria con l’elezione diretta del capo di governo.
Apprezzabile è la chiarezza con cui la Presidente del Consiglio rivendica le proprie affinità elettive con il neofascisti Trump e Vance, e il sentirsi a pieno titolo parte integrante di un’internazionale nera che intende sostituire le vecchie élite liberal-democratiche alla guida del mondo occidentale.
Salvini, a modo suo, fa un’altro passo in questa direzione decidendo di incoronare il generale Vannacci vicesegretario del partito, mentre sullo sfondo riprendono i tentativi di Calderoli di procedere con l’autonomia differenziata e la successione delle regioni più ricche, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale.
L’intervista di Meloni segna una svolta: l’iniziativa governativa riprende a svilupparsi dopo una fase di rallentamenti e di incertezze.
Ieri, non a caso, il governo ha votato l’ennesimo decreto contro i migranti per utilizzare in qualche modo i costosissimi lager albanesi che violano i diritti umani.
Ma, poiché le prerogative democratiche del nostro Stato non sono ancora venute meno, sempre il governo ha dovuto fissare la data per i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza per i migranti.
Le elezioni si terranno domenica 8 e lunedì 9 giugno 2025, in concomitanza con il turno di ballottaggio delle elezioni amministrative.
È un grande appuntamento che può decidere se imprimere un’accelerazione o uno stop alle politiche della destra.
A mio avviso, bisogna alzare il livello dello scontro e dire che oltre che per riaffermare i diritti sociali e civili dei lavoratori e dei migranti gli italiani sono chiamati a votare anche per dare un colpo ferale al governo Meloni.
Se gli italiani avranno chiaro questo nesso la maggioranza andrà a votare e questo governo sarà minoranza, come è e come è sempre stato nel Paese.
Enrico Rossi

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