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L’Europa, il disimpegno USA e la sfida della sicurezza

Dopo settimane di speculazioni e rumors, gli Stati Uniti ufficializzano all’Europa la decisione di ridurre la loro presenza militare sul continente. Il Pentagono ha comunicato il taglio delle brigate di combattimento da quattro a tre, una riduzione stimata tra le 4mila e le 5mila unità, frutto di una scelta politica dichiarata: promuovere l’agenda ‘America First’ e spingere gli alleati ad assumersi la responsabilità della propria difesa. “Non stiamo parlando di ritirare tutte le truppe dall’Europa. Stiamo parlando di riallocare alcune risorse in modo da massimizzare la sicurezza americana”, ha rassicurato il vice presidente Usa JD Vance, aggiungendo: “Non credo che questo sia un male per l’Europa. Anzi, incoraggia l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità”.

di Alessia De Luca | 21 Maggio 2026

Dopo settimane di speculazioni e rumors, gli Stati Uniti ufficializzano all’Europa la decisione di ridurre la loro presenza militare sul continente. Il Pentagono ha comunicato il taglio delle brigate di combattimento da quattro a tre, una riduzione stimata tra le 4mila e le 5mila unità, frutto di una scelta politica dichiarata: promuovere l’agenda ‘America First’ e spingere gli alleati ad assumersi la responsabilità della propria difesa. “Non stiamo parlando di ritirare tutte le truppe dall’Europa. Stiamo parlando di riallocare alcune risorse in modo da massimizzare la sicurezza americana”, ha rassicurato il vice presidente Usa JD Vance, aggiungendo: “Non credo che questo sia un male per l’Europa. Anzi, incoraggia l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità”. Di fatto, però, la presenza militare Usa torna ai livelli del 2021, quando sul territorio europeo regnava la pace e Vladimir Putin non aveva ancora scatenato la sua “operazione speciale” sull’Ucraina. Intanto, nelle stesse ore in cui le caserme Nato rischiano di svuotarsi, un’altra notizia rimescola le carte della diplomazia continentale. I governi europei stanno discutendo la possibilità di nominare un capo negoziatore con il compito di rappresentare l’Unione Europea in eventuali trattative con Vladimir Putin sulla guerra in Ucraina. Lo riporta il Financial Times, secondo cui i nomi sul tavolo sono principalmente due: quello dell’ex presidente della BCE Mario Draghi e quello della ex cancelliera tedesca Angela Merkel. I ministri degli Esteri dei 27 ne parleranno durante una riunione a Cipro la prossima settimana, dopo che Washington e Kiev hanno espresso sostegno a un coinvolgimento europeo diretto nei negoziati con Mosca. La partita, dunque, è aperta. Ma il contesto in cui si gioca è tutt’altro che favorevole: proprio oggi Putin si trova a Pechino, accolto da Xi Jinping con dichiarazioni di “incrollabile amicizia” reciproca. Un segnale in più dell’urgenza con cui l’Europa deve trovare la propria voce nella partita sul futuro dell’ordine mondiale.

Strategia o ritorsione?

Va detto: il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa non è un fulmine a ciel sereno. Da tempo Washington preme sugli alleati perché assumano un ruolo più incisivo nella difesa collettiva. Ma, dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca, quella pressione è diventata schiacciante, assumendo i contorni di una vera e propria ritorsione politica. Nelle ultime settimane il presidente Usa si è infatti mostrato irritato per quella che considera una mancanza di sostegno da parte degli europei nella guerra contro l’Iran. Fonti informate del Pentagono indicano che il grosso del ritiro dei militari americani riguarderà la Germania, il cui cancelliere Friedrich Merz aveva espresso critiche nei confronti di Trump, provocando una frattura con la Casa Bianca difficile da ricucire. Quanto alla tempistica, la coincidenza con un fatto accaduto in Lituania ha reso il tema del ritiro americano ancora più inquietante: nelle stesse ore in cui Washington annunciava il taglio delle truppe, a Vilnius, la popolazione si precipitava nei rifugi sotterranei e i trasporti si bloccavano: il ministero della Difesa lituano aveva inviato un’allerta droni sui telefoni cellulari. Un episodio rientrato nel giro di poche ore, ma che rende chiaro il clima che regna sul fianco orientale del blocco.

Chi parla per i 27?

È in questo contesto che gli europei si interrogano sull’ipotesi di riaprire un dialogo con Mosca. Bruxelles ha interrotto i canali di comunicazione formali dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, ma, a parte sporadici tentativi da parte di alcuni leader, non ha più cercato sponde con il Cremlino. Ora però il blocco teme che la mancanza di progressi nei colloqui guidati dagli Usa, principalmente a causa delle intransigenti richieste territoriali del leader russo respinte da Kiev, lasci l’Europa ai margini e vulnerabile a un accordo sfavorevole. Il nome di Draghi evoca il rigore, la competenza e l’autorevolezza di chi ha già salvato l’euro con tre parole. Quello di Merkel rimanda ai sedici anni in cui Berlino fu il principale canale tra Bruxelles e Mosca – un’eredità oggi controversa, con l’attuale leadership tedesca piuttosto scettica sull’ipotesi di richiamare l’ex cancelliera, accusata di aver aumentato la dipendenza energetica europea dalla Russia durante i suoi mandati. Merkel stessa, interpellata sulla questione, ha risposto che probabilmente altri sarebbero più adatti, sottolineando che Putin prende sul serio soprattutto “i leader ancora in carica”. Oltre ai loro, altri nomi in circolazione come possibili candidati sono quelli del presidente finlandese Alexander Stubb e del suo predecessore Sauli Niinisto. Quanto a Putin, ha dichiarato di essere aperto a colloqui con un rappresentante europeo a condizione che l’inviato “non abbia detto cose spiacevoli” sulla Russia. Ma l’ipotesi avanzata di nominare il suo vecchio amico e predecessore della Merkel, Gerhard Schröder, è stata nettamente respinta dagli europei e da Kiev.

Un tornante della storia?

Lette insieme, le due notizie del disimpegno americano e della ricerca di un candidato negoziatore tracciano un quadro nitido. Da un lato, l’ombrello americano si ritrae, non di colpo, ma con l’inesorabile determinazione di chi ha già deciso e cerca il momento opportuno per comunicarlo. Dall’altro, l’Europa, che non può più delegare a Washington la gestione del dossier ucraino, si trova costretta a trovare una voce propria. Con gli Usa impegnati sul fronte mediorientale, la concessione di un’apertura a un dialogo parallelo tra Europa e Putin – mentre i colloqui di pace guidati dagli Stati Uniti girano a vuoto – suona come un’esplicita delega, quasi un disinteresse verso una crisi che Washington non vuol più gestire in prima linea.  In questo scenario, il punto non è solo chi siederà eventualmente di fronte a Putin: “Più importante del chi è il cosa vogliamo chiedere alla Russia” ha dichiarato mercoledì la portavoce della Commissione europea Paula Pinho in risposta a una domanda sulla possibile candidatura di Draghi. È una questione centrale. L’Europa si trova a dover costruire una propria politica estera e una capacità di deterrenza proprio mentre il paese che per ottant’anni ne aveva garantito la sicurezza decide di farsi da parte. Non è una crisi. È un passaggio. E il modo in cui il Vecchio Continente lo attraverserà definirà i rapporti di forza per i prossimi decenni.

Il commento

Di Mariangela Zappia, Presidente ISPI

“Il modo in cui finirà la guerra in Ucraina avrà conseguenze profonde e durature sul destino dell’Europa. Restare fuori dai negoziati sarebbe perciò un errore strategico grave, tanto più che il futuro dell’Ucraina è indissolubilmente legato a quello dell’Unione. La nomina di un inviato europeo va nella giusta direzione. Ma serve una figura di autorevolezza assoluta, capace di parlare con una voce sola a nome dei 27, senza ambiguità né veti incrociati. Tenendo sempre gli occhi aperti sul possibile gioco di Putin: accettare un interlocutore europeo in linea di principio per poi ‘bruciarlo’, negandogli di fatto qualsiasi riconoscimento al tavolo”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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