
In ogni grande trasformazione c’è chi vince e chi perde. L’Unione Europea, così come si è evoluta negli ultimi decenni, non fa eccezione. Ma ciò che colpisce è la sproporzione tra chi ha beneficiato dell’integrazione e chi, invece, ha visto erodersi diritti, sicurezza e prospettive. L’Europa delle élite politiche ed economiche ha chiesto alla sua classe media di rinunciare, un pezzo alla volta, al proprio benessere, spesso con giustificazioni deboli, quando non del tutto pretestuose. La crisi dell’UE non è solo economica, ma anche culturale e strategica. Milioni di cittadini si ritrovano oggi in condizioni di precarietà crescente, privati di riferimenti politici affidabili e di una visione comune. I segnali di allarme erano evidenti da tempo, ma è stata la pandemia prima, e la guerra in Ucraina poi, a rendere palese l’inadeguatezza di un sistema burocratico appesantito, autoreferenziale e distante dalla realtà quotidiana. Questa Europa ha perso centralità. Da attore protagonista sulla scena globale si è trasformata in spettatore, spesso subalterno agli interessi di Stati Uniti e Cina. Abbiamo esternalizzato la produzione di beni che ritenevamo secondari, scoprendone poi l’importanza vitale solo nel momento del bisogno. La nostra dipendenza da Paesi terzi anche per le forniture essenziali è diventata simbolo di un declino più ampio: strategico, politico e industriale. L’incontro di Ferragosto tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska – emblematico quanto provocatorio – ha messo in scena l’irrilevanza diplomatica dell’Unione Europea. Un vuoto che pesa. E in questo contesto la riconferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione appare come un grave errore di prospettiva. In un momento in cui servivano autorevolezza, visione e capacità di mediazione, è stata scelta la continuità con una leadership già contestata per le sue scelte passate. Eppure, è ancora possibile invertire la rotta. Ma serve agire con urgenza e coraggio. Le priorità sono chiare: innanzitutto una nuova guida per la Commissione, affidata a una figura di statura internazionale capace di rappresentare e difendere gli interessi dell’intera Unione. Nomi autorevoli come Mario Draghi o, in prospettiva, Emmanuel Macron, potrebbero ridare slancio e credibilità al progetto europeo. In parallelo è necessario avviare un negoziato serio con la Federazione Russa per una tregua in Ucraina, finalizzata a elezioni democratiche sotto supervisione internazionale. A ciò dovrebbe seguire una graduale revisione del regime sanzionatorio e una riapertura dei canali energetici, per alleviare il peso che le classi lavoratrici europee hanno sopportato in questi anni tra pandemia, guerra e scelte geopolitiche imposte dall’alto. Il progetto europeo, nonostante tutto, resta valido e necessario. Ma fin dall’inizio avrebbe richiesto l’invio a Bruxelles dei migliori talenti politici dei Paesi membri. Spesso, invece, si è preferito optare per profili di basso livello, con scarsa esperienza internazionale, conoscenza limitata delle lingue e logiche ancorate a dinamiche provinciali. Anche l’Italia ha seguito questa linea, pagando oggi le conseguenze in termini di influenza e credibilità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’Europa paralizzata, senza voce, incapace di incidere sulle grandi partite globali che usa la retorica della guerra come strumento di potere.
Angelo Santoro

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