
I leader dei 27 riuniti a Bruxelles non hanno trovato un accordo sul prestito da 140 miliardi di euro all’Ucraina, optando per rinviare la decisione di almeno altri due mesi. Dopo una giornata di negoziati frenetici, infatti, il Belgio è riuscito a posticipare la decisione sull’utilizzo degli asset russi confiscati in Europa all’inizio della guerra, per la maggior parte custoditi in Belgio, fino al prossimo vertice europeo. La scelta, motivata dai timori di un contenzioso che la Russia ha già minacciato di muovere contro quello che definisce “un furto in piena regola” rinnova le preoccupazioni sull’impegno dell’Unione nei confronti dell’Ucraina. I vertici Ue non sono riusciti a trovare un modo per rassicurare il primo ministro belga Bart De Wever, sotto pressione in patria perché, a suo dire, l’operazione comporta enormi rischi finanziari e legali per il suo paese. Per mesi, i governi europei e la Banca Centrale avevano respinto l’idea di utilizzare le risorse russe per armare e ricostruire l’Ucraina, per timore di violare il diritto internazionale. Ma il protrarsi della guerra, e soprattutto l’atteggiamento ambiguo di Donald Trump sul dossier ucraino – nonostante le sanzioni alle due maggiori compagnie petrolifere russe da parte di Washington – ha convinto l’Europa della necessità di rafforzare il proprio sostegno a Kiev. Ieri i Ventisette avrebbero dovuto dare alla Commissione un mandato preciso per presentare una proposta legale che definisse il prestito già la prossima settimana. Non sarà così, mentre il conflitto si avvicina al suo quarto anniversario.
Beni russi: nodo irrisolvibile?
La proposta avanzata da Bruxelles prevede di utilizzare i beni russi presenti in Europa, e congelati al momento dell’invasione dell’Ucraina, per sostenere gli sforzi militari ucraini. I fondi sono attualmente custoditi presso la società belga Euroclear. Il denaro verrebbe prestato all’Unione Europea che a sua volta lo presterebbe a Kiev. Prima del summit, il premier Bart De Wever aveva chiesto “la piena mutualizzazione dei rischi”. Dinanzi alle condizioni poste dal Belgio, la trattativa ha portato a conclusioni generiche, ma che non precludono nulla. Nei fatti, il negoziato tra i Ventisette continua. Ma secondo Politico il compromesso raggiunto a tarda notte dai leader Ue “consente a tutti di salvare la faccia e lascia a De Wever il potere di porre il veto su qualsiasi azione futura che non rispetti i suoi limiti”. Il premier belga ha ribadito che l’operazione comporta rischi finanziari e legali elevatissimi: “La Russia può effettivamente reclamare il denaro per qualsiasi motivo… e il denaro deve essere disponibile immediatamente” ha affermato, aggiungendo che “sarebbe in gioco la fiducia nell’intero sistema finanziario europeo”. La questione, per ora è rinviata ma sarà difficile aggirarla ancora a lungo: i 180 miliardi di euro congelati sono l’unica vera risorsa cui l’Ue può attingere per continuare nei sussidi a favore di Zelensky.

Passi avanti su sanzioni e difesa?
Un passo avanti è stato compiuto invece sulle sanzioni. I leader europei hanno varato il diciannovesimo pacchetto che stabilisce soprattutto il divieto per Mosca di vendere il gas liquido. Le misure – approvate dopo che il primo ministro slovacco Robert Fico ha revocato il suo veto in cambio di garanzie per l’industria automobilistica slovacca – prevedono il blocco totale delle importazioni di gnl russo entro la fine del 2026 e misure supplementari contro la ‘flotta fantasma’ di petroliere che Mosca utilizza per aggirare le sanzioni occidentali. Inoltre i Ventisette si sono accordati su una tabella di marcia, la Defense Readiness Roadmap 2030, con cui organizzare congiuntamente il riarmo europeo da qui alla fine del decennio. Il dossier è ora oggetto di negoziato con Bruxelles e le altre capitali. Al netto delle difficoltà nel mettere insieme le collaborazioni tra Paesi e delle tensioni su quali armi acquistare, europee o americane, si tratta di un passaggio cruciale per colmare le lacune dell’Ue in nove aree: difesa aerea e missilistica, facilitatori, mobilità militare, sistemi di artiglieria, intelligenza artificiale e cyber, missili e munizioni, droni e anti-droni, combattimento terrestre e marittimo. Mentre i leader discutevano, un aereo da caccia russo e un aereo da rifornimento hanno brevemente attraversato lo spazio aereo lituano dalla regione di Kaliningrad, sottolineando la necessità per i paesi del blocco di proteggere i propri cieli.
Cosa resta del Green Deal?
Infine, su un altro fronte molto caldo, quello ambientale, i Paesi membri hanno impresso una frenata sul GreenDeal che se da un lato mira a favorire la competitività, dall’altro ne minaccia gli obbiettivi: ridurre le emissioni nette di gas serra del 90% entro il 2040, per procedere verso lo zero entro il 2050. Questi obiettivi non verranno abbandonati, ma saranno introdotte nuove forme di flessibilità, soprattutto nel percorso di riduzione delle emissioni per il settore automobilistico entro il 2035. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha definito il vertice un “punto di svolta” nell’approccio dell’Europa alla politica verde “Abbiamo disinnescato una minaccia per le famiglie e gli automobilisti polacchi” ha dichiarato, definendo il cambiamento un segnale che “l’Europa sta finalmente parlando la nostra lingua”. Anche in questo caso, comunque, il problema è solo rinviato: i ministri si riuniranno nuovamente e voteranno sull’obiettivo del 2040 il 4 novembre. “Nessuno di noi mette in discussione l’obiettivo della protezione del clima – ha affermato il cancelliere tedesco Friedrich Merz – ma siamo tutti dell’opinione che si debba coniugarlo con la competitività dell’industria europea”. Ma il timore di coloro che rifiutano l’equazione ‘competitività uguale più emissioni’ è che i leader europei abbiano scelto la strada più facile, lasciando cadere il grido di allarme lanciato dagli scienziati che si occupano di clima per cui nel 2030, il tempo per ogni Green Deal sarà ampiamente scaduto.
Il commento
Di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor
“Il summit ha sancito soprattutto due cose: primo, sulla difesa, c’è ora un itinerario preciso – almeno fino al 2027 – con risorse e procedure ben definite, e basato su geometrie variabili e coalizioni di paesi interessati. Secondo, sull’Ucraina, il temporaneo sollievo per l’ultima giravolta di Trump ha facilitato il consenso – a 26, senza Budapest – sul nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca, anche se il varo del ‘reparations fund’ per Kiev garantito dagli asset russi congelati in Europa richiederà ancora qualche negoziato (tecnico e politico) supplementare. Oggi tocca ai ‘volenterosi’, riuniti a Londra, aggiustare anche il terzo tassello (il sostegno militare diretto agli ucraini) di questo complesso e delicato mosaico”.
Alessia De Luca

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