
Direi che questa foto è emblematica e va contro quella storia, a dire il vero un pò stantia, che ci raccontano da anni: l’Europa è finita, l’Unione è alla frutta, tra poco salta tutto. È il mantra preferito di chi sogna il crollo dell’Occidente seduto sul divano, con la stessa convinzione con cui si commenta una partita di calcio.
Poi però alzi lo sguardo dalla bolla dei social, guardi i fatti, e scopri che mentre mezzo mondo spera di vederla crollare, l’Europa è ancora lì. Malconcia, contraddittoria, lenta, piena di compromessi al ribasso, ma in piedi. E soprattutto continua a sostenere l’Ucraina con una testardaggine quasi irritante per chi la vorrebbe in ginocchio.
Chi vuole distruggere l’Europa usa sempre gli stessi strumenti: propaganda martellante, ricatti energetici, narrazioni tossiche sul declino irreversibile. L’idea è semplice: convincere gli europei che non ha più senso difendere il proprio modello, i propri valori, i propri confini. Mentre i professionisti dell’apocalisse gridano alla fine dell’Unione, Bruxelles non risponde con slogan ma con decisioni, voti, fondi, pacchetti di aiuti, sanzioni calibrate. È un modo di agire poco spettacolare, niente fuochi artificiali, solo documenti, numeri, impegni economici che dicono una cosa chiara: abbiamo scelto da che parte stare.
A tifare per la fine dell’Europa non ci sono solo i regimi che la odiano perché è incompatibile con il controllo totale sui propri cittadini. Ci sono anche i populismi interni che campano sulla retorica del “ce lo chiede Bruxelles” e i tifosi del tanto è già tutto morto, quelli che hanno bisogno di un impero in rovina al giorno per sentirsi profeti. Nella loro testa l’Unione è un castello di carte fragile, pronto a crollare al primo inverno difficile o alla prima crisi politica. Ogni volta che succede qualcosa ripetono che questa è la volta buona, che siamo al capitolo finale. Poi però si passa alla stagione successiva e l’Europa è di nuovo lì, un po’ più ammaccata, ma ancora operativa.
La verità è che l’Unione non è un mito romantico da poster. È un ingranaggio complicato fatto di riunioni infinite, bozze corrette all’ultimo minuto, governi che litigano fino all’alba e alla fine trovano un accordo tirato per i capelli. È stata costruita proprio per non esplodere di colpo. Fa arrabbiare quando deve decidere in fretta, sembra lenta e pesante, ma proprio quella lentezza la rende difficile da demolire. Non è un impero guidato da un uomo solo che in cinque minuti firma la condanna a morte di un sistema.
Chi sogna la distruzione dell’Europa immagina un collasso spettacolare. La realtà è meno cinematografica: l’Unione inciampa, sbaglia, corregge, torna al tavolo. E mentre qualcuno vorrebbe già celebrare il funerale, lei approva l’ennesimo pacchetto di sostegno a Kiev, rinnova sanzioni, si inventa strumenti nuovi per non lasciare da sola una nazione che si è trovata un esercito invasore in casa.
Il sostegno all’Ucraina è la vera linea rossa. Perché questa guerra non riguarda solo un confine geografico lontano, ma il principio che regge l’intero progetto europeo. Se passa l’idea che un paese può invadere il vicino, ammazzare civili, annetterne i territori e poi rientrare in società come se nulla fosse successo, allora tutto quello che l’Europa ha costruito dopo il secondo conflitto mondiale diventa una presa in giro.
Per questo l’Unione continua a sostenere l’Ucraina anche quando costa caro, anche quando l’opinione pubblica è stanca, anche quando qualcuno vorrebbe “voltare pagina”. Non è un gesto di generosità astratta, è puro istinto di sopravvivenza. Perché se cade Kiev con il messaggio che “non si poteva far di più”, il segnale al resto del mondo è devastante: l’Europa non protegge neppure la propria idea di ordine internazionale.
Dentro l’Unione si sente la stanchezza. Bollette salite alle stelle, inflazione, paura del futuro, saturazione di notizie sulla guerra. Molti vorrebbero tornare a una fantomatica normalità. Ed è proprio su questa fatica che fanno leva quelli che scommettono contro l’Europa: insistono sul “lasciate perdere, non vi riguarda”, “pensate a casa vostra”. In pratica puntano sulla resa psicologica.
E invece, nonostante tutto, la macchina europea va avanti. Non con entusiasmo, ma con quella determinazione stanca che nasce quando sai di non avere alternative serie. Vota nuovi aiuti, proroga le sanzioni, tiene la rotta sapendo benissimo che non esiste un piano B che non sia il ritorno alla legge del più forte.
Chi sogna di demolirla dimentica un dettaglio piuttosto concreto: l’Unione è uno dei pilastri della economia mondiale. È un mercato con cui tutti devono fare i conti, anche quelli che la insultano ogni giorno. La si può criticare davanti alle telecamere e allo stesso tempo dipendere dai suoi capitali, dalla sua tecnologia, dai suoi standard, dai turisti che arrivano con il portafogli aperto. È la contraddizione permanente di chi sputa nel piatto da cui continua a mangiare.
Distruggere davvero l’Europa vorrebbe dire tirare giù una colonna che regge troppo peso per essere considerata un semplice bersaglio politico. Se la fai crollare, non viene giù solo Bruxelles, si deforma anche una parte dell’architettura economica da cui dipendono proprio quelli che oggi fanno il tifo contro.
Alla fine il motivo per cui l’Unione continua a stare al fianco dell’Ucraina è semplice. O difende l’idea che i confini non si ridisegnano con i carri armati, oppure si rassegna a tornare nelle logiche più buie del secolo scorso. In quel bivio l’Europa, con tutti i suoi difetti, ha scelto.
Possiamo anche ignorare con elegante indifferenza le grida di chi dall’esterno la vuole vedere a pezzi. Possono continuare a profetizzare la morte dell’Occidente, l’implosione dell’Unione, la vittoria inevitabile della forza bruta. Intanto, fuori dalla loro bolla, l’Europa discute, litiga, sbaglia, ma firma, paga, sostiene, accoglie, ricostruisce.
Non è un racconto eroico, è ostinazione pura. È una comunità di Stati che da vent’anni viene data per spacciata e che puntualmente si presenta all’appuntamento successivo. Non perfetta, non brillante, spesso confusa, ma ancora dalla parte di un paese invaso, non di chi ha deciso di invaderlo.
Finché succede questo, chi sogna di distruggere l’Europa può continuare a fare pronostici. La realtà, per ora, gli risponde che la partita è ancora aperta e che il vecchio continente, anche con le ossa dolenti, non ha nessuna intenzione di farsi cancellare.
Piero Terracina

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