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Letta, l’AliRAI e l’esempio greco

di Vincenzo Caciulli | 25 Giugno 2013

La RAI – ormai definibile AliRAI poiché la sua vicenda aziendale ricorda sempre più quella della gloriosa compagnia di navigazione aerea – rimette annualmente, da sempre, cifre variabili tra i 200 e i 300 milioni di euro.

canone-rai“Un carrozzone ingestibile che rimette 300 milioni di euro l’anno”. Più o meno con queste parole, il premier greco Antoninos Samaras, ha annunciato, qualche settimana fa, l’immediata chiusura dell’ERT, la televisione di stato ellenica.  Nei giorni successivi, tra strazianti concerti d’addio e proteste sindacali, pronunce di organi giurisdizionali e mezze crisi di governo, la questione si è riaperta.  La Grecia si avvia comunque a riformare la televisione pubblica, riducendone, probabilmente, le dimensioni e ripensando l’idea stessa del servizio pubblico. Non ci sarebbe dispiaciuto che a pronunciare quelle parole, magari facendole seguire dal decreto di vendita di parte della RAI, fosse stato il buon Enrico Letta alla ricerca continua di soldi per finanziare lavoro e imprese, per scongiurare l’aumento dell’IVA o togliere l’IMU per la prima casa. Intanto, Letta non avrebbe raccontato una bugia. La RAI – ormai definibile AliRAI poiché la sua vicenda aziendale ricorda sempre più quella della gloriosa compagnia di navigazione aerea – rimette annualmente, da sempre, cifre variabili tra i 200 e i 300 milioni di euro. I suoi competitor, pur pagando la crisi che si manifesta in una minore raccolta pubblicitaria o nella difficoltà delle famiglie italiane di acquistare pacchetti di contenuti, presentano bilanci migliori, solo quest’anno con il segno rosso.  RAI ha un organico sterminato che si fatica anche a censire: almeno 13 – 14.000 dipendenti, qualche migliaio di collaboratori esterni, centinaia di dirigenti molti dei quali stipendiati ma senza un ruolo preciso in azienda. La lottizzazione politica che per oltre un cinquantennio ha governato la televisione di stato non ha esaurito ancora i suoi effetti. Nonostante ciò compra sul mercato parte dei suoi programmi. Mediaset e SKY contano su un personale molto inferiore e dimostrano una flessibilità di gestione e una capacità d’innovazione che a Viale Mazzini si sogna. La RAI forma il suo bilancio in larga parte grazie al canone che gli italiani versano per finanziare un prodotto che è indistinguibile da quello dei network privati.  Il senso del termine servizio pubblico si è ormai perso del tutto e la litania del pluralismo politico che RAI garantirebbe appare sempre meno (se lo è mai stata) fondata. Ecco perché ci sarebbe piaciuto sentire pronunciare quelle parole da Enrico Letta. Avrebbe significato una chiara presa d’atto del problema, la volontà di usare un linguaggio di verità e l’assunzione di una responsabilità rispetto alla necessità di non prelevare dalle tasche degli italiani altri soldi oltre il canone, per mantenere un carrozzone ingestibile e del tutto inutile. Qualche flebile voce governativa si è levata per dire che, in effetti, il problema c’è e che, novità assoluta, nel 2016, quando scadrà il contratto di servizio, non necessariamente la RAI avrà il rinnovo.  Se succedesse, è evidente che la RAI fallirebbe immediatamente, scaricando sullo stato, suo proprietario, i costi e i debiti relativi. Come per Alitalia il contribuente italiano dovrebbe provvedere all’insipienza e all’incapacità della politica di gestire le aziende. Meglio allora provvedere per tempo con decisioni nette, considerato anche che la governance aziendale di derivazione politica (montiana e PdL) e della società civile (Colombo e Tobagi via PD) sembra annaspare senza indicare soluzioni. Meglio mettere subito in vendita gran parte delle frequenze e le teche con il ricco materiale che contengono, lasciando una piccola company sana e dimensionata per svolgere informazione di servizio nazionale e territoriale.  Meglio tagliare di netto il valore del canone per mettere a disposizione del sistema dell’informazione nel suo complesso una somma da collegare ad alcuni servizi di valore pubblico. Secondo alcuni analisti si potrebbero ricavare dalla vendita tra i 2 e i 3 miliardi di euro. Si potrebbero risparmiare annualmente 200 o 300 milioni di fiscalità generale necessari per ripianare i bilanci, si restituirebbe alle famiglie una cifra che può oscillare tra i 600 e gli 800 milioni annui rispetto al gettito dell’attuale canone. E si potrebbe, infine, rispettare il parere degli italiani che alcuni anni or sono si pronunciarono, in un referendum, per la privatizzazione. Che Samaras ispiri Letta.

Pubblicato in : Primo piano

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    27 Giugno 2013 alle 18:40

    Intanto potrebbe essere bloccato l’andazzo cancerogeno per cui in Rai i dipendenti che non hanno avuto un parente precedentemente in Rai, sono la minoranza. Vi sono addirittura casi di nonni, figli e nipoti tutti cresimati nell’azienda e che a loro volta sgomitano per far entrare i propri figli. E che dire delle redazioni dei telegiornali, o della pagliacciata dei corrispondenti esteri, tutti covi di parassitismo?

    Rispondi

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