Giorgio de Santillana fa risalire “Le origini del pensiero scientifico” (1966) agli albori del pensiero razionale degli antichi greci e quindi, in pratica, allo stesso Anassimandro. Eppure è evidente come già svariati millenni prima gli uomini abbiano solcato terre e mari e quindi acquisito nuove e maggiori conoscenze. E pertanto, la scienza che comunemente si dice nata presso i greci, così come la filosofia, è bensì una nuova forma di arte o tecnica. Arti o tecniche, tutte, che dai greci di allora sono e saranno piuttosto pensate al servizio della polis e quindi della politica, in qualità di maggiore arte o tecnica – secondo la teoria delle idee e il metodo della dialettica di Platone – che intende presiedere e cioè governare tutte le altre.
Heidegger direbbe che siamo così pervenuti al dominio dell'<ente>. Invece di “poetare l’enigma dell'<essere>”, l’uomo greco (e non solo, già infatti tantissimi altri prima di lui!) descrive l'<essere>, potremmo dire funzionalmente, come un “rapporto tra forze”. Questo modo di dire rappresenta il fondamento della <modernità> e di tutto ciò che antropocentricamente indichiamo come <progresso> della natura e della sovranità dell’uomo. Ma sappiamo invece che non è affatto così, e che dovremmo quindi parlare invece in nome di un generico <conservatorismo>.
Per l’uomo, l'<essere> è e non può non essere “l’indicibile”. Ed è infatti questa indecidibilita’ (cfr. anche Kurt Godel) la causa delle cause, consapevolmente o non, che rappresenta la dimora dell’uomo ed è quindi destinata a dimorare per sempre oltre l'<atto> o <potenza> (al contrario di Aristotele, un tutt’uno) o meglio la possibilità dell’uomo e di tutti gli altri <enti> di dire <così e non altro>, in modo dunque assolutamente arbitrario. Ma queste che non sono ma diventano “le cose degli uomini” altro non sono che le “eterne forme o modalità” dell'<essere>. “E allora – conclude Parmenide – resta soltanto una parola che: è”.
Angelo Giubileo

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