L’erede di Agenore narra come ai piedi del gelido Atlante
si distenda un luogo protetto da un bastione invalicabile,
e come al suo ingresso abitassero due gemelle,
figlie di Forco, che si dividevano l’uso di un occhio solo;
come lui con destrezza glielo carpì, inserendo la propria mano
mentre se lo scambiavano; come attraverso sentieri sperduti
e impervi, attraverso orridi nell’intrico di foreste,
giunse alla casa di Gorgone, e qua e là in mezzo ai campi,
nei sentieri gli avvenne di vedere figure di uomini e belve
mutati da esseri vivi in granito per aver visto Medusa.
Ma lui aveva scorto, riflessa nel bronzo dello scudo
che reggeva col braccio sinistro, l’orrenda immagine,
e mentre un sonno pesante gravava sui serpenti e su lei stessa,
le spiccò il capo dal collo: quasi fosse linfa materna
dal sangue nacquero Pegaso, l’alato destriero, e suo fratello.Ovidio, “Metamorfosi”, IV 772-786
Il più grave errore della ricerca, che ha trovato largo spazio nella fisica classica, è stato quello di chiudere lo spazio dell’analisi in due rami tenuti del tutto separati, il ramo dell’intelletto dal ramo dei sensi. E infatti, quella che diciamo la conoscenza da parte di entrambi – pur presentando un elemento di diversità, riconducibile corrispondentemente a uno spazio o elemento di continuità o viceversa di discrezione – è in tutti i casi riconducibile a un profilo esclusivamente “formale”. Niente a che vedere con un profilo “sostanziale”, termine creato dal linguaggio di Aristotele e poi diffusosi nell’uso comune di ciò che è stato viceversa erroneamente inteso e quindi rappresentato.
Fino a Parmenide (e Platone, e mi affido in particolare alla testimonianza di Plutarco resa nell’adversus Colotem), la questione dell’essere è correttamente intesa come rappresentazione e quindi “fenomeno”, divisivo rispetto sia all’intelletto che ai sensi, e in ogni caso necessario, delle “cose divenute” che – sottolinea Plutarco – i filosofi postsocratici avrebbero fatto bene a “denominare cose divenute e non, come invece fanno costoro, cose che sono”.
L’errore è stato ed è quello di avere introdotto e introdurre nell’intero discorso, e quindi in ciò che i Greci chiamano logos, uno “scompiglio”, e cioè, dice sempre Plutarco: “aver creato scompiglio nelle parole”. Tale scompiglio, raggiunto il vertice della costruzione, come già accaduto alla forse più nota torre di Babele, porterà Aristotele (o chi per egli) a introdurre il termine equivalente di “metafisica”. Ovvero, l’assunto fondamentale della filosofia greca postsocratica che consuma la metamorfosi – perché lo abbiamo detto e lo ripetiamo: sempre e soltanto di una rappresentazione fenomenica si tratta – dalla “vecchia” metafisica presocratica dell’epoché alla “nuova” metafisica per l’appunto postsocratica della religione.
Un, il vero e proprio ritorno a Parmenide deve dunque essere inteso non alla maniera di Severino, bensì correttamente come il ritorno a un’esperienza assolutamente formale e plurimillenaria che precede la sintesi rappresentativa che l’Eleate compie brillantemente attraverso i frammenti della sua opera a noi pervenuti. Nell’attualità, ciò significa:
- l’impossibilità perenne di prescindere da una rappresentazione formale, che ancora oggi diciamo “umana”;
- l’incapacità di risolvere la questione della fisica che oggi si dibatte tra due impostazioni, entrambe fenomeniche, denominate “classica” e “quantistica”;
- l’attuale capacità “aumentata” d’intervenire nei processi di trasformazione delle cose, ciò che diciamo divenire, così che davanti a noi si apre uno scenario che già oggi chiamiamo postumano. Angelo Giubileo

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