Dunque la Spagna va ad elezioni anticipate. E’ l’epilogo amaro della parabola di Zapatero: da speranza del socialismo europeo a dignitoso notaio di una sconfitta elettorale annunciata.
Eppure, Zapatero è stato per anni un esempio, e che esempio: aveva fatto vedere che si possono fare delle cose semplici, persino banali, semplicemente fregandosene del presunto dato identitario che renderebbe certe cose impossibili in un Paese mediterraneo.
Legalizzando le unioni tra persone dello stesso sesso, dimostrò che si può perfettamente governare anche facendo arrabbiare la Chiesa (basta che non si arrabbino gli elettori cattolici, che del resto non sono minimamente turbati dai gay, né a Madrid né altrove). Ritirandosi dall’Iraq e rimanendo in Afghanistan, dimostrò che si può anche dire di no agli Stati Uniti, e al tempo stesso avere una valida agenda politica internazionale costruita su ragioni proprie, e non altrui. E poi il governo “rosa”, con tante ministre, persone serie con una vera carriera politica, autorevoli e normali, niente autoreggenti da volgarona né carriere incomprensibili, alla Brambilla o alla Carfagna. Di una legge di Zapatero si è parlato pochissimo da noi: quella con cui sono state fatte rimuovere, in poche ore, le ultime vestigia del franchismo, le statue del Caudillo e roba simile; servirebbe anche qua, in un’Italia che sembra subire il ricatto di un revisionismo storico tanto sguaiato quanto arrogante, che mira a riportare la memoria fascista ad una specie di pari dignità con la migliore memoria patria.
Fare come Zapatero, e fare dunque cose buone e incisive per la convivenza civile, si poteva, si potrebbe, niente lo impedisce, ci vuole solo un minimo di coraggio politico. E invece niente, che paura la “deriva zapaterista”, curiosa invenzione ansiogena di chi trova rischioso e massimalista anche respirare. Povero ZP, se c’è un moderato nel socialismo europeo è certo lui! Un “democratico sociale” come si è definito, uno che è a sinistra soprattutto perché conosce la destra spagnola, gli fucilarono il nonno nel ’36, ora certo non fucilano più ma hanno ancora certe facce e certi modi.
La Spagna, nel frattempo, è finita però nel frullatore della crisi economica internazionale. Al fondo, ha mostrato di avere delle debolezze strutturali, che risalgono indietro nel tempo, al lungo isolamento spagnolo, alla secolare arretratezza, alla fragilità del sistema industriale. Di queste debolezze, nonostante una certa retorica patriottica, il PSOE è sempre stato consapevole. Nel 2006, in una conferenza a Madrid in vista delle elezioni locali del 2007, i socialisti spagnoli avevano battuto molto sulla necessità di fermare la speculazione edilizia e il saccheggio del territorio: dietro le preoccupazioni ambientali, c’era il tentativo di sgonfiare la bolla immobiliare, quello sviluppo drogato e a bassa tecnologia che aveva sostenuto la stagione di Aznar, con tutte le conseguenze in termini di intreccio perverso tra speculazione edilizia e speculazione finanziaria. Probabilmente, in economia Zapatero è stato meno incisivo, e forse meno coraggioso, che in tema di diritti civili, e non è riuscito ad invertire la tendenza disastrosa dell’ultimo biennio, e le misure d’emergenza hanno suscitato risentimento e sfiducia. Ma sarà un’amara ironia della storia se gli spagnoli, per punire Zapatero, voteranno un governo dei popolari, che sono già pronti a ulteriori tagli e a ben più aspre austerità e, in più, con quelle facce e con quei modi.
Luca Cefisi (avantidelladomenica.it)

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