
Quelle stridenti contraddizioni che rendono paradossale la vita di chi predica in un modo, per poi fare l’esatto contrario di ciò che vuole far credere al popolo.
Se la politica contemporanea dovesse scegliere un monumento vivo all’incoerenza ideologica, avrebbe l’imbarazzo della scelta; ma nessun profilo incarna questo paradosso con la gelida e misurata lucidità di Alice Weidel. Co-leader di Alternative für Deutschland (AfD), Weidel è la figura di punta di una forza politica nativista, ferocemente contraria all’immigrazione di massa e custode nostalgica della “famiglia tradizionale” germanica. Eppure, basterebbe varcare la soglia della sua esistenza privata per trovarsi di fronte a un quadro in totale e aperta contraddizione con i valori morali che la sua base elettorale acclama nelle piazze.
Weidel è una donna dichiaratamente omosessuale. Convive in Svizzera con Sarah Bossard, produttrice cinematografica nata in Sri Lanka, con la quale cresce due figli. Come se non bastasse, l’ex economista di Goldman Sachs — che tuona quotidianamente contro le élite cosmopolite e l’Europa senza confini — risiede fiscalmente oltreconfine, dove gestisce i propri interessi nell’alta finanza internazionale ed è persino finita al centro di uno scandalo per aver impiegato una rifugiata siriana nella sua abitazione svizzera.
Ma va subito detto che il suo è stato solo un gesto apparentemente umano, viziato in realtà dallo sfruttamento del lavoro in nero. Un episodio che smentisce nei fatti la crociata anti-immigrazione che la leader propaganda ogni giorno nelle piazze. In qualsiasi altro momento storico, una simile spaccatura avrebbe distrutto all’istante una carriera politica. Oggi, invece, questo corto circuito non solo viene tollerato, ma costituisce la vera colonna portante del suo successo demagogico.
Questo fenomeno solleva un interrogativo fondamentale su come una leadership possa reggere il peso di una simile impostura senza crollare. La risposta travalica la semplice cronaca politica per addentrarsi nel campo della psicologia delle masse: nella dinamica populista moderna, la norma non viene mai creata per disciplinare chi la promulga, bensì per delineare e controllare il popolo. Cosicché anche Weidel applica per se stessa la categoria del privilegio aristocratico: la libertà di scelta, la fluidità affettiva e la mobilità globale sono prerogative esclusive dell’élite che governa, mentre la rigidità identitaria e il dogma morale rappresentano le gabbie destinate alla moltitudine. Eppure, la massa sembra non accorgersi affatto di questo strano cortocircuito, accettando senza riserve una contraddizione che in qualunque altro contesto risulterebbe inaccettabile.
Tra la leader e la piazza si instaura così un corto circuito quasi ipnotico. D’altronde, è un fatto notorio che la base di AfD non voti Weidel a dispetto delle sue palesi incoerenze, ma la sostenga proprio perché a quell’elettorato sembra che non interessi tanto l’esempio morale della leader, ma la sua capacità di attaccare ferocemente gli avversari. Per il seguace radicalizzato, l’importante non è che chi guida la piazza viva coerentemente secondo i severi precetti che predica, ma che garantisca alla folla un bersaglio comune da odiare: l’immigrato, il diverso, nonché la complessità del mondo contemporaneo.
È qui che si disvela la funzione originaria della propaganda: il dogma morale sventolato dai demagoghi non serve a elevare la condotta etica di chi lo enuncia, ma a vincolare la libertà di chi lo ascolta. L’incoerenza cessa così di essere un punto debole per trasformarsi nella massima dimostrazione di forza. Infrangere impunemente le stesse regole che si impongono agli altri significa rivendicare uno status superiore: chi è al di sopra del dogma dimostra di detenere il potere reale, mentre chi lo subisce conferma la propria subordinazione. Per l’elettore ideologizzato, la spavalderia con cui la leader viola i propri precetti non è un tradimento, ma la prova tangibile che lei possiede l’autorità per proteggere i suoi fedeli e punire i nemici. Si svela così l’ipocrisia speculare della stessa base elettorale: un pubblico pronto a pretendere inflessibilità e moralismo dagli altri, ma dispostissimo ad assolvere e persino ad applaudire il cinismo di chi lo guida, secondo un modello di seduzione politica inaugurato in Italia proprio da Silvio Berlusconi.
In ultima analisi, l’enigma Weidel non fa che svelare la malattia profonda che consuma le democrazie occidentali: la completa scissione tra la verità biografica e la funzione simbolica del politico. La narrazione spettacolarizzata ha finito così col sostituire per intero la realtà dei fatti. Quando il leader si trasforma in un puro performer, l’atto pratico di fare l’esatto contrario di ciò che si vuole far credere al popolo finisce con l’essere del tutto irrilevante di fronte alla sua capacità di intercettare e incanalare la rabbia collettiva. È un paradigma di cui Giorgia Meloni rappresenta l’equivalente italiano: icona della difesa della famiglia tradizionale senza essere sposata, rigorosa sovranista a parole ma incline al pragmatismo reale una volta al governo. Un cortocircuito che dimostra come nel populismo contemporaneo l’efficacia simbolica e la gestione del potere abbiano soppiantato ogni pretesa di coerenza biografica.
Così, Alice Weidel continua a incitare le folle al ritorno a una Germania arcaica, chiusa e tradizionale, per poi rientrare la sera nella sua tranquilla residenza svizzera, accanto alla compagna straniera e ai loro due figli, cresciuti beneficiando proprio di quei diritti moderni che la sua retorica demonizza ogni giorno. È il trionfo definitivo della recita politica: uno spietato teatro d’ombre in cui la predica è soltanto una maschera per affascinare il popolo, e la coerenza l’unica vera assente dal palcoscenico propagandistico. Sarebbe tuttavia un errore fatale derubricare tutto a semplice farsa: la falsità dei presupposti ideologici non rende meno concreta — né meno minacciosa per le democrazie — la carica eversiva di queste forze una volta conquistato il potere.
Antonio Laraia

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