Se avete in mente lo stereotipo del norvegese con le mani screpolate che pesca il salmone nelle acque gelide del nord, beh cambiate immagine mentale perché secondo le ultime ricerche, è più facile che troviate un norvegese chinato su un libro che chinato su una canna da pesca.
Repubblica riporta un interessante articolo sul rapporto che lega la produzione del pil alla quota di libri letti per fasce di popolazione; si evince purtroppo che i nostri connazionali sono affetti da allergia al libro, difatti le statistiche ci danno al terzultimo posto nel continente come percentuale di libri letti.
Nel nostro paese se la cava meglio il nord e arranca il meridione, indice che va di pari passo con il gap economico tra le due parti del paese, il che fa pensare davvero che ci sia una stretta correlazione tra il livello di ricchezza e i soldi spesi in consumi culturali, non tanto per livello d’istruzione, quanto per concreta possibilità pecuniaria da destinare nel libri e più in generale nella cultura.
Se il gap che ci separa dagli altri paesi del continente è legato a fattori storici quali la recente alfabetizzazione di massa della nostra penisola rispetto ai nostri cugini europei, è preoccupante pensare che anche all’interno della nostra penisola esista un divario cosi grande tra i livelli di lettura delle regioni più progredite e quelli di regioni meno attive economicamente.
La storia insegna che da sempre l’esplosione culturale di un popolo, è sempre stata preceduta da una capacità di produrre ricchezza che ha creato terreno fertile per un miglioramento civile ed intellettuale dei discendenti diretti di chi la ricchezza l’aveva creata; basti pensare per fare un esempio a noi vicino, che senza l’esistenza dei commercianti fiorentini del basso medioevo il rinascimento non ci sarebbe stato, o quantomeno non avrebbe avuto il suo epicentro tra le nostre colline. Dunque alla luce di ciò che insegna la storia, dobbiamo seriamente pensare che il nostro rallentamento economico si porti dietro anche un rallentamento culturale sia a livello individuale che collettivo. Nel mondo si parla di digital divide, noi siamo ancora al divario dell’inchiostro.
Angelo Marinazzo

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