
Esiste un confine sottile, quasi impalpabile, tra ciò che il tempo deposita negli archivi polverosi e ciò che la voce umana, con la sua carica di emotività e imprecisione poetica, tramanda tra i vicoli di una città millenaria come Venosa. È in questo spazio liminale, dove la storia documentale incontra la tradizione orale, che si colloca l’ultima, pregevole fatica editoriale del Prof. Donato Maiorella: “Storia e… storie venosine”, pubblicato nel 2023 dalla Editrice Appia 2 Venosa. Il senso profondo dell’opera è racchiuso in una suggestiva premessa dell’autore, che funge da bussola per il lettore: l’idea che ogni fatto riportato sia autentico, pur nella consapevolezza che nessun racconto possa mai pretendere di esaurire l’intera, complessa verità. Il nome stesso della casa editrice, richiamando direttamente la celebre “Regina Viarum” che attraversa il territorio venosino, sottolinea il legame indissolubile tra l’attività editoriale e la storia millenaria della Lucania, la terra nobile che diede i natali al sommo poeta latino Quinto Orazio Flacco. L’operazione di Maiorella, classe 1938, acquisisce un valore ancora più profondo se si considera che la casa editrice fu fondata dallo stesso autore nel lontano 1982, a testimonianza di un impegno pluridecennale profuso nella valorizzazione della cultura locale. Il volume non si configura, dunque, come una semplice raccolta di curiosità, ma come un vero e proprio atto d’amore e di civiltà verso una comunità che affonda le sue radici nel mito e nella classicità. L’autore, con la precisione dello studioso e la sensibilità del narratore, opera una distinzione metodologica che è il cuore pulsante del libro: la separazione netta tra la “storia orale”, intesa come narrazione di testimoni oculari, e la “tradizione orale”, quel sedimento profondo di ricordi trasmessi di generazione in generazione che definisce l’anima di un popolo.

Attraverso ventidue episodi accuratamente selezionati, che spaziano lungo un ampio arco cronologico e sociale, il lettore viene accompagnato in un viaggio suggestivo e talvolta spiazzante nelle pieghe della società venosina. Non si tratta di una celebrazione edulcorata del passato, bensì di un affresco complesso fatto di contrasti stridenti, di luci e di ombre profonde che riflettono, come in uno specchio fedele, le dinamiche più ampie della storia del Mezzogiorno d’Italia. Di particolare rilievo appare la ricostruzione, seppur venata da toni romanzati, delle origini della comunità ebraica venosina. L’autore ne traccia i contorni evidenziando i legami con altre realtà contermini, restituendo così dignità a un tassello fondamentale del mosaico cittadino. Questo passaggio non solo arricchisce la cronaca locale, ma inserisce Venosa in una rete di scambi culturali, religiosi ed economici di respiro mediterraneo, confermando la vocazione multiculturale di una terra che è sempre stata crocevia di popoli.
Il quadro si arricchisce poi di venature antropologiche di straordinario interesse quando l’indagine si sposta sul fenomeno magico-religioso del tarantismo. Maiorella recupera la figura di Vincenzo Bruno, medico e filosofo originario di Melfi ma venosino d’adozione, che abitò la storica dimora di Largo San Martino e fu protagonista della vita accademica cittadina a cavallo tra Cinque e Seicento. Formatosi tra Venosa e Napoli, Bruno fu membro attivo delle accademie dei “Piacevoli” e dei “Rinascenti”, fiorite sotto l’egida dei Gesualdo. È nel suo celebre Dialogo delle tarantole (1602), dove i filosofi Pico e Opaco discutono del misterioso male, che l’autore rintraccia le radici di un dibattito secolare. In queste pagine, il rito del danzare al ritmo della taranta viene analizzato non solo come curiosità erudita, ma come specchio di un dramma sociale che colpiva anzitutto le classi più indigenti, maggiormente esposte al fenomeno per il duro lavoro nei campi. Emerge con chiarezza come quel male non fosse solo un fatto clinico, ma il sintomo di una vita di stenti: un momento in cui il dolore individuale si trasformava in un evento terapeutico collettivo, permettendo agli ultimi della terra di esorcizzare, almeno temporaneamente, la miseria di un’esistenza grama.
Il rigore della ricerca documentale emerge con altrettanta incisività nel capitolo dedicato al cosiddetto “giallo venosino”. In questo frangente, Maiorella si trasforma in un investigatore del passato, indagando un torbido episodio di malversazione amministrativa culminato in un efferato omicidio consumato proprio nel cortile del Convento di San Francesco, in un giorno simbolico come l’Epifania. Basandosi sullo spoglio sistematico e certosino della documentazione coeva, l’autore ricostruisce con meticolosità il clima di tensione e sospetto che si respirava in città al tempo della dominazione dei Gesualdo. Dalla lettura degli atti giudiziari, che l’autore ha il merito di riproporre in ampi stralci integrali, emergono dettagli preziosissimi sui rapporti di parentela, sulle alleanze di potere e sull’onomastica del tempo. È uno spaccato di vita cittadina vibrante, che mette a nudo conflitti tra le famiglie più in vista e ripropone, con una modernità quasi sconcertante, antichi vizi legati alla gestione opaca della cosa pubblica che sembrano non essersi mai del tutto assopiti.
Di notevole importanza risulta, inoltre, la sezione dedicata a “Un matrimonio fallito”, dove la narrazione si tinge dei colori della leggenda. Per secoli, la costruzione della Chiesa della SS. Trinità è stata circondata da voci favolose: dai tesori nascosti sorvegliati dal demonio, fino alla credenza che le sue mura fossero state temprate con l’albume d’uovo. In questo scenario suggestivo, Maiorella approfondisce la leggenda della principessa Ermengarda, figlia di Ludovico II, e del principe Symbations Costantino, figlio dell’imperatore d’Oriente Basilio I. Attraverso il recupero di questa memoria, l’autore rievoca la trama dinastica e il progetto politico che videro Venosa protagonista di un’unione nuziale rimasta, appunto, incompiuta: un destino che pare riflettersi simbolicamente nell’architettura stessa della “Incompiuta” venosina, il tempio che avrebbe dovuto fare da cornice a quel legame mai celebrato.
Il pregio più alto dell’opera risiede probabilmente nella volontà dell’autore di nobilitare il lavoro di ricerca attraverso la riproposta di fonti storiche altrimenti destinate al solo silenzio polveroso delle biblioteche. Maiorella non si limita a interpretare, ma offre al lettore gli strumenti per vedere con i propri occhi, trascrivendo documenti originali e restituendo loro una nuova vita editoriale. Dalla figura de “Un prete scomodo” alle cronache di “Giuseppe Bonaparte a Venosa”, dalla leggendaria e curiosa vicenda de “La monaca magica” fino a “La congiura ordita contro gli ‘Spogliamiseri'”, per citare solo alcuni dei ventidue capitoli redatti dall’autore, il libro si dipana con una scrittura elegante e fluida. Questa capacità di sintesi tra il linguaggio colto e la narrazione popolare facilita la lettura senza mai tradire il rigore documentale del contenuto, rendendo accessibili vicende in larga parte inedite che altrimenti sarebbero rimaste appannaggio di pochi specialisti.
“Storia e… storie venosine” si configura, in definitiva, come un’opera necessaria e preziosa. È un volumetto che, nato dalla competenza e da un antico spirito di servizio culturale del Prof. Maiorella, merita di essere letto, meditato e studiato non solo da chi abita quelle contrade, ma da chiunque senta il bisogno di riconnettersi con le radici profonde del Sud. Le vicende narrate, pur essendo radicate nel territorio venosino, possiedono una forza universale perché rispecchiano le aspirazioni, le sofferenze e le contraddizioni dell’intero Mezzogiorno. Donato Maiorella ci consegna un mosaico di vita vissuta, un ponte ideale gettato tra il passato e il futuro che impedisce alla memoria collettiva di sbiadire, trasformando con sapienza la cronaca locale in grande storia umana.
Antonio Laraia

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