
di Moreno Bertoldi e Marco Buti*
Il mondo sta andando fuori rotta. Gli sconvolgimenti innescati dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca stanno diventando sempre più evidenti. L’escalation in Medio Oriente ne rappresenta l’esempio più recente e drammatico. L’Unione europea e i suoi Stati membri si sono fatti trovare impreparati – e, a dire il vero, non si erano neppure preparati – a Trump 2.0.
Le vertigini della policrisi che scuote il pianeta contribuiscono in parte a offuscare la minaccia esistenziale che oggi l’UE si trova ad affrontare. Vi sono pochi dubbi sul fatto che l’amministrazione Trump sia in rotta di collisione con l’UE e con i suoi valori liberal-democratici. Essa promuove apertamente cambi di regime nei Paesi europei per riallinearli alla visione “America First” del mondo. Come si legge nel documento sulla Strategia di sicurezza nazionale pubblicato a fine 2025, “la diplomazia americana dovrebbe continuare a difendere la democrazia autentica, la libertà di espressione e la celebrazione, senza esitazioni, del carattere e della storia peculiari delle singole nazioni europee. L’America incoraggia i suoi alleati politici in Europa a promuovere questo risveglio dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei dà effettivamente grande motivo di ottimismo. Il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria attuale”.
In questo contesto l’UE e i suoi Stati membri si trovano di fronte a scelte nette – l’adattamento graduale non è più un’opzione – e devono valutare tre principali alternative:
- diventare vassalli dell’America di Trump, con il rischio di una deriva verso la democrazia illiberale;
- perseguire la trasformazione in una superpotenza pienamente compiuta e indipendente dagli Stati Uniti;
- evolvere in una superpotenza meno “incompleta”, capace di lavorare con le medie potenze per promuovere nuove alleanze e, forse, un nuovo ordine mondiale.
Né vassalli né superpotenza compiuta
La prima opzione, delineata dal segretario di Stato statunitense Marco Rubio nel suo discorso alla Conferenza di Monaco, richiederebbe ai Paesi europei di unirsi al “percorso che il presidente Trump e gli Stati Uniti hanno intrapreso… Un percorso che abbiamo già seguito insieme in passato e che speriamo di seguire ancora. Per cinque secoli, prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente è stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, stabilirsi in nuovi continenti, costruire vasti imperi estesi in tutto il globo”. È bene notare che questa visione si discosta profondamente dall’alleanza transatlantica del secondo dopoguerra, fondata sulla democrazia liberale e su un ordine internazionale basato su regole, e richiama piuttosto fasi precedenti dell’imperialismo occidentale. Una simile alleanza “rinvigorita” richiederebbe ai Paesi europei di allinearsi alla visione etno-nazionalista e “America First” di Trump, fondata su un mondo organizzato in sfere di influenza.
Adottare il percorso statunitense verso la democrazia illiberale comporterebbe lo svuotamento delle istituzioni europee. L’obiettivo sarebbe sostituire il senso di colpa e di vergogna associato alla dimensione sovranazionale con una celebrazione senza remore della sovranità nazionale, rimuovendo quello che l’amministrazione Trump considera un ostacolo burocratico agli obiettivi di “America First”. Seguendo questa strada, i Paesi europei diverrebbero di fatto vassalli della superpotenza americana. Potrebbero forse beneficiare di alcune delle politiche estrattive che gli USA imporranno al resto del mondo, ma i costi probabilmente supererebbero questi benefici: gli Stati europei dovrebbero accettare accordi ancora più asimmetrici dell’intesa commerciale di Turnberry siglata a luglio 2025, subire maggiori interferenze esterne nei propri affari interni e muoversi sulla scena internazionale sotto la guida di Washington. In un’alleanza di questo tipo gli USA si riserverebbero la parte del leone, mentre ai partner del Vecchio continente spetterebbe sostenerne i costi.
L’alternativa più radicale sarebbe trasformare l’UE in una superpotenza pienamente compiuta, dotata di una reale autonomia strategica e non più dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. Si tratta di un’idea che riaffiora talvolta tra decisori e commentatori europei, esasperati dalla retorica di Trump e dal suo disprezzo verso gli alleati. In termini pratici, tuttavia, una simile trasformazione appare quasi impossibile perché richiederebbe un trasferimento sostanziale di sovranità al livello comunitario, ipotesi che resta politicamente irrealistica.
Più in profondità, perseguire lo status di superpotenza non è auspicabile, anche qualora fosse realizzabile. Alla luce dell’esperienza storica europea – incluso il passato coloniale, del quale, contrariamente a quanto sembra suggerire Rubio, non vi è motivo di andare fieri – questa strada rischierebbe di compromettere gli sforzi volti a ricostruire un nuovo ordine mondiale fondato su regole. Quando un Paese o una coalizione di Stati diventa una superpotenza, anche con l’intenzione di agire da “egemone benevolo”, la tentazione di utilizzare quel potere nel proprio interesse è forte e spesso difficile da contenere, come dimostrano i recenti sviluppi nell’America di Trump.
Verso una superpotenza meno incompleta
Piuttosto che diventare una terza superpotenza in competizione con USA e Cina per la supremazia, l’UE dovrebbe accettare la propria natura di superpotenza incompleta: un’entità le cui caratteristiche corrispondono solo in parte, e in alcuni ambiti addirittura superano, quelle delle superpotenze esistenti. È il caso, ad esempio, della dimensione dell’economia europea e della forza del suo soft power, in particolare negli aiuti umanitari e allo sviluppo, a fronte però dell’assenza di un assetto istituzionale e di una capacità militare propri di una superpotenza compiuta. Proprio questa incompletezza costringe l’UE a cooperare con altri Paesi per gettare le basi di un nuovo ordine internazionale più equo e fondato su regole, un obiettivo molto più coerente con i suoi principi e valori.
Lo status dell’UE potrebbe rivelarsi particolarmente utile nella costruzione di un’alleanza di medie potenze, come sostenuto dal primo ministro canadese Mark Carney a Davos a gennaio. In termini geopolitici, l’UE è di fatto una media potenza. Sul piano militare, resta un insieme composito di potenze medie e piccole, con una limitata capacità di proiezione esterna. La sua ambizione di raggiungere un’autonomia strategica non è concepita in isolamento e può anzi essere rafforzata dalla cooperazione internazionale. La relativa debolezza geopolitica dell’UE potrebbe quindi rassicurare i potenziali partner, che altrimenti potrebbero guardare con sospetto all’emergere di un ruolo egemonico all’interno di una simile alleanza.
Al tempo stesso, sul piano (geo)economico, l’UE è effettivamente una superpotenza. Il suo PIL è comparabile a quello della Cina,[1] e il suo soft power supera quello di entrambe. In termini economici, l’UE dispone di quella massa critica che alla maggior parte delle medie potenze manca quando cercano di resistere alle pressioni esercitate da Washington e Pechino. Questa massa critica rafforzerebbe la leva e la credibilità dell’alleanza nel contrastare le pratiche coercitive delle due superpotenze.
Tuttavia, l’attuale modello europeo ne limita fortemente il ruolo sulla scena globale. Il suo processo decisionale farraginoso, la crescente dinamica intergovernativa, le persistenti divisioni tra gli Stati membri e la tenace difesa delle prerogative nazionali ne riducono la capacità di azione. Allo stesso tempo, le difficoltà nel mobilitare risorse per rilanciare la produttività e tenere il passo con i progressi tecnologici di USA e Cina restringono ulteriormente i suoi margini di manovra. Se questi vincoli erano già problematici in un contesto internazionale più stabile e prevedibile, oggi sono diventati una debolezza strutturale in un mondo sempre più plasmato dalla competizione geostrategica e dalla necessità di decisioni rapide e ambiziose.
Cinque raccomandazioni
Se vuole restare un attore internazionale di primo piano ed evitare di diventare una facile preda delle due superpotenze, l’UE deve riformarsi e diventare una superpotenza meno incompleta. Ciò richiede di avanzare rapidamente su cinque fronti.
In primo luogo, gettare le basi di un sistema di difesa europeo capace di scoraggiare le minacce militari e di intervenire oltre il continente in missioni autorizzate dall’ONU. Gli impegni sulla difesa assunti dai membri europei al vertice NATO del giugno 2025 per il prossimo decennio dovrebbero, in linea di principio, essere sufficienti a conseguire questo obiettivo. Il problema risiede nella loro effettiva attuazione. I Paesi europei non sono ancora disposti a fare tutto il necessario per utilizzare questi impegni in modo efficiente, come dimostra l’assenza di linee guida chiare per l’applicazione dell’articolo 42(7), che dovrebbe comportare assistenza militare reciproca in caso di aggressione. Occorrono, inoltre, progressi nello sviluppo di un’industria europea della difesa che riduca in modo significativo la dipendenza dai sistemi d’arma statunitensi, così come nell’istituzione di meccanismi di coordinamento e dispiegamento che non facciano affidamento su truppe e intelligence americane per la protezione del territorio europeo. Finché l’UE resterà fortemente dipendente dagli USA per la propria sicurezza, la sua autonomia strategica incontrerà limiti molto seri.
In secondo luogo, introdurre riforme istituzionali essenziali per semplificare e migliorare il processo decisionale. Il passo più evidente sarebbe l’eliminazione del diritto di veto degli Stati membri. Sulle questioni più delicate di politica estera, andrebbe poi considerata la possibilità di ricorrere a forme di cooperazione rafforzata.
In terzo luogo, completare il Mercato unico e procedere verso una vera Unione bancaria e finanziaria. Ciò rafforzerebbe la resilienza dell’economia europea, migliorerebbe l’allocazione dei risparmi europei e creerebbe un contesto più favorevole all’espansione delle industrie high-tech e legate alla transizione verde. Questi sforzi dovrebbero essere accompagnati da un ambizioso programma di investimenti pubblici e privati in linea con il disegno tracciato nel Rapporto Draghi. Nel loro insieme, queste misure contribuirebbero a ridurre il divario con USA e Cina e a diminuire le dipendenze europee.
In quarto luogo, ricalibrare l’approccio dell’UE alle sfide globali, in particolare al cambiamento climatico, rafforzando i legami con l’agenda umanitaria e quella per lo sviluppo. Ciò consentirebbe di attrarre maggior sostegno da parte dei Paesi a basso reddito ed emergenti, consolidando al contempo il soft power europeo.
Infine, rafforzare la Strategia europea di sicurezza economica, chiarendo come e quando impiegare gli strumenti già esistenti (per esempio, lo Strumento anti-coercizione) e utilizzando in modo più efficace le leve a sua disposizione, come i chokepoint strategici. L’UE dispone di un potere reale in ambiti quali il commercio, ma ha mostrato riluttanza a esercitarlo sia per debolezza politica sia per insufficiente prontezza operativa.
Su ciascuno di questi cinque fronti il lavoro è già avviato. Tuttavia, manca ancora un piano coerente che li tenga insieme e consenta di costruire una narrazione convincente, tanto per i cittadini europei quanto per i partner internazionali. Un piano fondato su queste priorità rafforzerebbe in misura significativa la credibilità dell’UE all’interno di un’alleanza di medie potenze e ne accrescerebbe il potere negoziale verso l’esterno.
L’UE non è, e non dovrebbe cercare di diventare, una superpotenza pienamente compiuta. Al contrario, dovrebbe trasformare la propria incompletezza in un punto di forza, usandola per costruire coalizioni e promuovere soluzioni cooperative invece di imporre soluzioni unilaterali. Come ha osservato Adam Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, un sistema fondato su regole sta diventando una risorsa sempre più scarsa a livello globale e, proprio per questo, il suo valore è in aumento. Seguendo l’agenda articolata nei cinque punti sopracitati, l’UE ne trarrebbe vantaggio. Ciò non restituirebbe immediatamente al blocco dei Ventisette la capacità di influenzare crisi come quella in Medio Oriente né offrirebbe una soluzione miracolosa per fermare l’aggressione russa contro l’Ucraina. Tuttavia, un’Europa meno incompleta e più coerente rappresenterebbe un passo, per quanto modesto, verso un mondo meno hobbesiano.
Moreno Bertoldi e Marco Buti
*Istituto Ispi
L’articolo è una versione tradotta e aggiornata del Discussion Paper “The virtues of a less incomplete superpower” pubblicato il 25 marzo 2026 per lo European Policy Centre (EPC) a questo link.
[1] Secondo il “World Economic Outlook” pubblicato questa settimana dal Fondo monetario internazionale, nel 2025 il PIL a prezzi correnti (in dollari) di USA, UE e Cina è ammontato rispettivamente a 30.767 miliardi, 21.232 miliardi e 19.626 miliardi. Dal canto loro, gli aiuti umanitari e allo sviluppo dell’UE (che nel 2025 si sono aggirati intorno ai 100 miliardi di dollari) sono stati almeno il doppio di quelli di Cina e USA.

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