Ventuno anni,studente universitario, si diede fuoco a Praga, ai piedi della statua di San Venceslao, nel gennaio 1969, per dire al mondo l’amore per la sua patria, la Cecoslovacchia, occupata dalle truppe sovietiche, e per denunciare la violenza della “normalizzazione” comunista che poneva fine al la PRIMAVERA DI PRAGA. Jan Palach morì dopo una lunga, atroce agonia.Ai funerali, celebrati dal vescovo Francesco Tomasek, lo seguirono, sotto gli occhi dell’armata comunista di occupazione,più di seicentomila cittadini accompagnati dai rintocchi delle campane di tutte le chiese della città.
Altre torce umane arsero in quei giorni d’inverno, altri giovani amici di Jan si dettero fuoco rifiutando la vita per rivendicare la libertà.
Vogliamo ricordarli,ancora oggi, nella ricorrenza anniversaria.E sempre.
Vogliamo credere che il loro sacrificio, la scelta individuale, non violenta verso altri, di offrire la propria vita per protesta e per testimonianza, non sia stato inutile.
Vengono in mente le parole del Poeta:”….libertà va cercando, ch’è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta”.E quelle dell’altro grande:”E tu onore di pianti….avrai,/ove fia santo e lacrimato il sangue/per la patria versato, e finchè il Sole/risplenderà su le sciagure umane”.E insieme possiamo rileggere i versi del cantautore italiano, allora trentenne, raccolti nell’album “Due anni dopo”:Di antichi fasti la piazza vestita/grigia guardava la nuova sua vita,/come ogni giorno la notte arrivava,/frasi consuete sui muri di Praga,/ma poi la piazza fermò la sua vita/e breve ebbe un grido la folla smarrita/quando la fiamma violenta ed atroce/spezzò gridando ogni suono di voce…/Son come falchi quei carri appostati,/corron parole sui visi arrossati,/corre il dolore bruciando ogni strada/e lancia grida ogni muro di Praga./Quando la piazza fermò la sua vita,/sudava sangue la folla ferita,/quando la fiamma col suo fumo nero/lasciò la terra e si alzò verso il cielo,/quando ciascuno ebbe tinta la mano,/quando quel fumo si sparse lontano,/Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava/all’orizzonte del cielo di Praga…/Dimmi chi sono quegli uomini lenti/coi pugni stretti e con l’odio fra i denti,/dimmi chi sono quegli uomini stanchi/di chinar la testa e di tirare avanti,/dimmi chi era che il corpo portava,/la città intera che lo accompagnava,/la città intera che muta lanciava/una speranza nel cielo di Praga,/dimmi chi era che il corpo portava,/la città intera che lo accompagnava,/la città intera che muta lanciava/una speranza nel cielo di Praga,/una speranza nel cielo di Praga,/una speranza nel cielo di Praga…..
Adalberto Scarlino

Continuo a dirVi che non c’è cancellazione della memoria, ma c’è un sovrapporsi di nuove problematiche che per tanti aspetti sono la continuità di quel regime che è stato archiviato nella storia.
La ricerca della verità è fortunatamente forte nelle nuove generazione, almeno tra le persone che ho conosciuto io.
Ma continuo a farVi riflettere sul nuovo muro che divide l’Europa. È vergognoso non meno del primo.
Leggere il ricordo che Adalberto Scarlino ci propone nel tepore delle nostre sicure case, pensare a quegli eventi, far scorrere di nuovo nella mente le immagini indelebili viste in TV tanti anni or sono, fa venire i brividi. Pensare che alcuni nostri simili hanno ritenuto minor dolore rinunciare alla vita (perché tale non è senza la libertà) rispetto a quello di vivere sotto un giogo bestiale, mi è sembrato appartenere a una dimensione metafisica, non umana……. invece è realtà.
Pensando a quegli eroi, che lottando per la loro Patria hanno difeso la Patria di noi tutti, credo doveroso rivolgere loro un grande ringraziamento e fare in modo di ricordarlo a chi non lo conosce perché era troppo giovane o non era ancora nato: questo, forse, è il modo migliore per far vivere ancora Jan Palach e gli altri martiri della Libertà, in un periodo storico nel quale certe “tentazioni” tiranniche sembrano riemergere dal buio della storia recente.
E’ però triste constatate che gli unici che non ricordano ciò, e non per loro colpa sono le generazioni attuali di quei paesi, ai quali sono state nascoste, alla maniera del peggior fascismo, le prove di quei regomi terribili.
Nessunoconosce, o ricorda della “defenestrazione”, cioè del ricorso alla vecchia prassi dei regnanti della città, che buttavano gli oppositori dalla finestra del palazzo, di Jan Masaryk, morto il 10 febbraio 1948, socialista che, ingenuamente, aveva partecipato alla presa del potere comunista in Cecoslovacchia dopo la II^ guerra mondiale.
Allo stesso modo di Jan Palach la cui morte viene a tuttoggi venduta dalle accompagnatrici/tori turistiche della città come una intemperanza di un giovane malato di tubercolosi.
Non c’è niente di peggio, per un popolo che rifiuta di conoscere la propria storia, ovvero se ne vergogna!
Mi associo ad Adalberto Scarlino nel ricordare ancora oggi e sempre, in ogni occasione possibile, il loro sacrificio.
Il comunismo è stata una delle peggiori dittature della storia.
Non smetterò mai di denunciarlo ed inoltre di denunciare che la stagione che seguì, quella post-comunista ancora in atto, è gestita (dai c.d. “democratici” e dai c.d. “liberali” dell’Est Europa) nel segno del peggiore opportunismo che ha portato ai Popoli dell’Est la fame come mai durante il periodo comunista si era vista. Questo lo pensano i Popoli dell’Est Europa ove è forte l’idea che la ricca, opulenta e democratica Europa mentre continua a trattare economicamente con personaggi di dubbio passato, governi parademocratici e simili, nulla ha fatto per questi Popoli, anzi si è adoperata a dividerli perché una parte oggi è nell’Unione Europea ed una parte è fuori.
Oggi l’Europa è vergognosamente ancora divisa in due: come prima c’era il muro di Berlino oggi c’è il muro di Brest.
Un invito, nel ricordo delle vittime di cui tante non conosciamo neppure il nome, è a operare politicamente per superare questa realtà.
La Democrazia deve avere questa capacità.