“Li abbiamo fermati”, è stata questa la frase più citata dagli organi di stampa dopo la conclusione del vertice di Caserta. Parole dette dal segretario di Rifondazione comunista per commentare, con soddisfazione, lo stop dato ad ogni ipotesi di riforma delle pensioni. In effetti è stato quello il senso del tanto atteso conclave del centro sinistra, lo stop alla “fase due” o al varo di un’agenda riformista per il governo che aveva nelle pensioni il suo punto di forza. Alla vigilia dell’incontro, mercoledì 10 gennaio, il Manifesto pubblicava un’intervista a Fabio Mussi, leader della corrente di sinistra dei Ds. Titolo: Prima riforma: basta con i riformisti. Detto e fatto. In perfetta sintonia con l’auspicio del ministro dell’Università, da Caserta è uscita così una sola novità: a sinistra i riformisti, se mai sono esistiti, sono morti. Profetiche, a questo riguardo, le parole dell’economista Nicola Rossi, al momento della sua uscita dal partito. Il problema non è, comunque, solo quello delle pensioni. Che fine hanno fatto la Tav, la riforma della legge elettorale, i Pacs, le liberalizzazioni? Lettera morta. Tutti gli argomenti che potevano essere fonte di divisioni sono stati accantonati. L’unica misura di rilievo decisa è stato lo stanziamento di 100 miliardi per lo sviluppo del Sud, una cifra composta in gran parte da fondi dell’Unione Europea contrattati, fra l’altro, dal precedente governo. Un po’ poco per aprire una fase nuova nella vita dell’Esecutivo.
A distanza di 10 anni dal tentativo precedente, il centro sinistra sta perdendo così un’altra occasione importante sulla strada di dar vita ad una moderna sinistra di governo. Era il 1997 infatti quando D’Alema tentò di dar vita ad una svolta riformista, come presidente della Bicamerale e come segretario del Pds. Rileggendo oggi le conclusioni della Bicamerale si resta meravigliati di come il confronto fra i partiti fosse arrivato, allora, a posizioni molto più avanzate rispetto a quelle su cui si discute oggi, lo stesso accade per il dibattito congressuale, e le scelte politiche, del Pds. Basti per tutti un esempio, sotto il secondo profilo. Ricordiamo che allora il confronto interno al Pds, poi Ds, era incentrato sul dualismo D’Alema Veltroni. Prendiamo uno dei temi più delicati, ed anche oggi più che mai attuale, quello della riforma del welfare. Citiamo testualmente dal libro “Politica in Italia” edito dal Mulino, una collana che anno dopo anno riporta e commenta la vita politico-istituzionale del nostro Paese: “Per Veltroni e D’Alema (quindi per tutto il partito, ndr) la sinistra dovrebbe coniugare gli ideali del passato con una valutazione realistica delle condizioni presenti (mondializzazione, etc.), abbandonando, per esempio, la tradizionale difesa del posto di lavoro a tutti i costi e riconoscendo la necessità di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro: Veltroni ha per esempio sostenuto che i salari dovrebbero essere collegati ai livelli e all’andamento della produttività e che si dovrebbero favorire strumenti come il lavoro interinale e i contratti d’area. Il governo del presidente Clinton che, con politiche rispettose dei vincoli di bilancio, ha permesso la creazione di undici milioni di posti di lavoro, è stato uno dei modelli indicati dal vice di Romano Prodi (che allora era Veltroni, ndr.) (La politica in Italia, i fatti e le interpretazioni, ed. 1998, pag. 91).” Non importa essere dei politologi per capire che siamo lontani anni luce dai contenuti del dibattito su cui oggi indulge la sinistra. E pensare che correva l’anno 1997. Un’ evoluzione tipica del gambero, un passo avanti e due indietro. Posizioni più liberali nel ’97, più conservatrici nel 2007, un’involuzione che va di pari passo con l’accresciuto peso, numerico e politico, che la sinistra alternativa ha assunto, oggi rispetto ad ieri, all’interno dell’Unione.
Quasi patetico in questo contesto Piero Fassino. Dopo aver ingollato a Caserta la bocciatura della “fase due”, ha atteso la chiusura del convegno per rilanciare la necessità di fare la riforma delle pensioni. Una politica delle parole alla quale i riformisti, se davvero tali, non possono più abboccare.
1997-2007: Dieci anni persi. La sinistra riformista è come l’araba fenice
Tutto come nelle previsioni dei più pessimisti. Al summit della maggioranza che si è tenuto a Caserta vince, alla grande, l’ala sinistra. La debacle dei moderati, meno riformisti oggi di quanto lo fossero nel 1997, al tempo della Bicamerale e del secondo congresso del Pds.

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