Lo sappiamo, i Romani, quelli di una volta, erano gente pratica e molto aperta culturalmente. Avevano appreso molte cose dal Mare mediterraneo che solo nel tempo divenne “Mare Nostrum”, molto prima fu una scuola di vita. Assorbirono da tutte le genti e quando trovavano che erano più colte di loro ne apprezzavano i modi di vivere e li imitavano quanto più possibile. Innamoratissimi dei Greci ne copiarono subito le arti, ma si impossessarono anche della loro filosofia e lingua della quale i più istruiti facevano sfoggio. La lingua di un popolo non è soltanto uno strumento per comunicare, ma è l’anima stessa di una gens. Vorrei a questo proposito citare una frase di uno scrittore del ‘900, ancora in vita, Raffaele La Capria, il quale ha avuto l’onore di ben due pubblicazioni sui “Meridiani Mondadori” : <Ogni volta che riesco a comporre una frase ben calibrata, armoniosa, ben concepita e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che io abito, ed è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia>.
Ma torniamo agli antichi Romani, i quali compresero da subito che le strade, come del resto le vie d’acqua, sarebbero state strumento, oltre che di rapida conquista, anche di commerci ed integrazione verso le genti a loro più lontane. Le facevano assai bene, larghe quanto il passaggio agevole di due carri, dritte il più possibile, evitando ponti e cavalcavia non perché non capaci, molti acquedotti sono ancora in piedi e alcuni pochi funzionati, ma perché la strada avrebbe avuto minor necessità di restauri. Sicuramente non si chiesero mai se fosse il caso di fare l’analisi fra costi e benefici; anche perché per valutare i benefici sarebbero occorsi gli aruspici e sappiamo bene come fosse difficile per tali indovini trattenersi dal riso durante i loro pronostici.
Le strade dunque furono uno dei motori della grande espansione romana oltre che di integrazione. La decadenza della romanità e dell’Impero d’occidente andò di pari passo col disuso di strade, molte delle quali abbandonate per secoli e in preda alla primigenia natura. Fu l’epoca Medioevale che per quanto riabilitata da revisioni storiche ci appare ancora oggi come una decrescita infelice per le popolazioni europee.
E’ pur vero che oggi si parla di strade cibernetiche ove passano informazioni, le ricchezze, i commerci, e sebbene desideri uno spazzolino da denti olandese per il quale basta un click su “Amazon”, poi qualcuno dovrà pur suonarti il campanello per consegnarti la merce: Ne varietur dal tempo delle bighe romane. Non parliamo poi delle ferrovie che dalla loro nascita non hanno nel mondo avuto sosta, sia come espansione, sia come miglioramenti tecnologici. Si sta studiano e in parte è realizzato in Giappone un treno che viene sparato in un cilindro quasi alla velocità del suono.
Soltanto l’Italia fu buon ultima in Europa, a parte Portici, ed il Sud ne fa ancora le spese, nello sviluppo ferroviario. La Chiesa cattolica vedeva nel treno la coda di Satana, oggi noi vediamo tanta ignoranza!
Guglielmo Adilardi

Che il Di Maio fosse un piccolo essere (non posso usare termini più chiari riferiti alla cima di un organo solo maschile)) l’ho sempre ritenuto, e tali chi lo ha votato. Ora con l’ultima sua uscita ne ho la certezza e rivaluto (in misura moderata) il Salvini.