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Italia a tocchi? Metodo e merito della politica estera

Da troppi mesi il governo “recita a soggetto”. Ognuno dei suoi due componenti improvvisa. Non pago di fare la propria parte, parla anche a nome degli altri, spesso a ruota libera, come fosse anche titolare di altri dicasteri o persino capo del governo.

di Aldo A. Mola | 4 Febbraio 2019

Povera e nuda vai, Filosofia: l’Esecutivo allo sbando.

L’Italia odierna non ha un Governo vero, una filosofia concretata in progetto coerente di lungo periodo. Alcuni suoi esponenti (con convinzione decrescente) assicurano che rimarranno al potere cinque, dieci, trent’anni. Ma è lo stesso prof. Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, a farfugliare nell’orecchio del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è in polemico conflitto “contro tutti”, compreso l’alleato di governo. Sic stantibus rebus, l’Esecutivo non solo appare ma è allo sbando, corroso “ab origine” dal morbo della contraddizione che, come il “punteruolo rosso” con le palme, lo infetta e contagia lo Stato, svuotandolo rapidamente della sua linfa vitale. Ne rimane solo la scorza. Lo si constata nell’abuso delle “divise” dei corpi dello Stato da parte di un vicepresidente del Consiglio. Che cosa diremmo se il titolare degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, girasse con la feluca di ambasciatore o se Alfonso Bonafede, ministro di grazia e giustizia, indossasse alternativamente il tocco e la stola di alto magistrato o la toga di cassazionista? Indossare i “panni” dei Servizi e farsi scudo dei Simboli della Res Publica significa abusare dello Stato a mero beneficio di chi è nominato ad amministrarne pro tempore i poteri. Vuol dire confiscarne la sacralità a vantaggio di un particulare, “con-fondere” Entità nettamente diverse, quali lo Stato e i partiti, che per la Costituzione vigente sono e debbono rimanere separati, proprio per scongiurare la deriva verso il Regime monopartitico, sciaguratamente sperimentato nel peggior ventennio della nostra storia, quando la Corona, istituzione apicale dello Stato d’Italia, risultò isolata, sotto assedio e depotenziata fino a quando la sconfitta militare mise a nudo la fragilità di chi aveva confuso Nazione e partito. Solo allora, nel luglio 1943, il nazionalista Luigi Federzoni, unico vivente della pattuglia originaria, prese atto della lunga serie di errori commessi e, con Dino Grandi e Giuseppe Bottai, tentò di rimediare chiedendo al Gran Consiglio del fascismo di “pregare la Maestà del Re di assumere la suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono”.

Si scoprì allora, come anche oggi accade, che le istituzioni supreme non sono una variabile dipendente da una qualunque maggioranza parlamentare: o sono lo Stato, o non sono. Esse coincidono con le persone che di volta in volta le incarnano. L’armonia tra le istituzioni e chi ne riveste le funzioni è un equilibrio delicato. Se si incrina sino a spezzarsi, avviene la catastrofe, come accade alle opere prive di adeguata manutenzione. Reggono non per forza propria ma per inerzia, quasi per scommessa, e infine crollano di schianto quando meno ce lo si aspetta.

 

Il governo senza un vero Presidente

La perdurante conflittualità tra i due vicepresidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini (qui menzionati nell’ordine dei voti e dei seggi ottenuti il 4 marzo 2018), non ha nulla a che vedere con la storia dei governi susseguitisi dal 1943 in poi. Da allora l’Italia ha avuto Esecutivi multicolori, formati anche da esponenti di forze e di blocchi del tutto avversi. La cornice della loro genetica conflittualità  si scioglieva e veniva superata era lo Stato (monarchia prima, Repubblica poi), nel quadro dell’assetto politico-militare soprannazionale scaturito nella fase conclusiva della seconda guerra mondiale, al cui termine nessuno mise seriamente in discussione che l’Italia fosse (come in effetti fu e rimane) “occidentale”, al riparo nell’area d’ influenza (o egemonia) degli Stati Uniti d’America e del suo unico vero alleato, la Gran Bretagna. Per sintesi dei decenni fluiti da quella svolta bastano i nomi di Alcide De Gasperi, democristiano, e di Palmiro Togliatti, comunista ed emissario di Stalin; e di presidenti della Repubblica quali Giovanni Leone e Francesco Cossiga, che non esitò far “schierare i missili” per garantire la sicurezza del Paese nell’ambito della Nato.

Da troppi mesi il governo “recita a soggetto”. Ognuno dei suoi due componenti improvvisa. Non pago di fare la propria parte, parla anche a nome degli altri, spesso a ruota libera, come fosse anche titolare di altri dicasteri o persino capo del governo. Il ministro dell’Interno a volte ha esternato  come fosse degli Esteri, della Difesa e di altro ancora, senza suscitare immediate e doverose rettifiche. Altrettanto ha fatto e fa il tuttologo Di Maio, che non perde mai il filo delle parole pur in  assenza di pensiero. Ora il presidente assicura che il 2019 sarà  bellissimo. Conte(nto)lui…

 

La ritirata della ministra Trenta dall’Afghanistan

Lo sfascio dell’Esecutivo ha raggiunto il culmine in pochi giorni con due eventi sconcertanti: la sortita della dottoressa Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, sul ritiro della Missione dell’Italia in Afghanistan, e l’astensione al Parlamento europeo degli esponenti giallo-verdi, cui si sono accodati alcuni del Partito democratico, sul riconoscimento di Guaidò quale rappresentante della legalità democratica nel Venezuela.

Al ministro degli Esteri, Moavero, che ha dichiarato formalmente di non esserne in alcun modo informato della ventilata ritirata dall’Afghanistan la signora Trenta ha risposto con tono risentito e irridente di aver “agito secondo le sue prerogative” e di non essere certo obbligata ad avvisarlo. Ne aveva parlato con “chi di dovere, tra cui (chi altri, dunque?) il presidente del Consiglio ed il capo di Stato Maggiore della Difesa”, “alla luce delle notizie che giungono da oltre Oceano” e quale “atto di responsabilità istituzionale verso il Paese e verso i nostri militari”.

Tra il 17 e il 21 maggio 1915, lo sciagurato governo Salandra-Sonnino precipitò l’Italia nella Grande Guerra, senza alcuna della sua durata e del finanziamento dell’immane sforzo economico al quale il Paese venne chiamato. Non solo. Non informò il Capo di Stato Maggior Luigi Cadorna del contenuto effettivo dell’“engagement” firmato dall’ambasciatore d’Italia a Londra il 26 aprile precedente: “accordo” politico e convenzione militare. Fu un “colpo di governo”, come scrisse Giolitti al suo diadoco calabrese Antonio Cefaly, secondo il quale si trattò di un vero e proprio “colpo di Stato”, un gesto rivoluzionario destinato a compromettere il Re e forse la Corona stessa in caso di sconfitta, come avvenne in Russia, Germania, Austria-Ungheria e a Istanbul. Ora accade l’inverso, ma in modo altrettanto grave. Un ministro della Res Publica “annuncia” come cosa fatta una decisione che va molto oltre le sue accampate “prerogative” e investe lo Stato stesso, vincolato da Trattati internazionali (non meri “accordi”) dai quali dipende la sua sicurezza. Non solo, in base a congetture sulle trattative in corso a Doha tra il governo degli Stati Uniti d’America e i talebani la dottoressa Trenta anticipa una decisione che va invece presentata, discussa e approvata nell’unica sede competente, il Parlamento italiano, in forza dell’articolo 11 della Costituzione. Di più: checché ne pensino gli ambienti coinvolti nelle incaute esternazioni del ministro della Difesa, i primi a valutare l’annunciato ritiro del continente italiano saranno proprio i nemici sul campo, i temuti talebani. Essi potranno fare ”ponti d’oro” o impartire a quello che per loro è un invasore una severa “lezione” per dissuaderlo per sempre dal tornarvi. La Russia ne sa qualche cosa. Aver scoperto le carte con un anno di anticipo non solo interferisce con la responsabilità tecnica dei militari ma costituisce soprattutto una imprudenza e mostra una totale “mancanza di diplomazia”, di cui è depositario il ministro degli Esteri.

La questione è di tale gravità che è subito scomparsa dai “media”, attratti dalla carta moschicida degli “sbarchi” e dell’ormai scontatissima “recessione”, pudicamente denominata “tecnica”, e dalle annose dispute sulla Tac (linea di treni “ad alta capacità”, non “velocità”).

 

L’evanescenza del prof. Giuseppe Conte, presidente silente….

Per quanto possa riuscire sgradevole anche il solo accennarvi, la vicenda Trenta-Moavero esige due chiarimenti inderogabili. In primo luogo l’avvocato Conte dovrebbe precisare al Paese (cioè alle istituzioni competenti e ai cittadini) se, quando e in quali termini sia stato preavvertito dalla ministra non tanto dello “studio” (in sé ovvio) dell’eventuale ritiro quanto del suo annuncio. La questione è centrale: l’attuale presidente del Consiglio esercita o no il potere conferitogli dall’articolo 95 della Carta, in forza del quale “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene la unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri”?

 

…e il Presidente Mattarella?

Di più. Prima della sua sortita, la dottoressa Trenta ha informato il Presidente della Repubblica che “ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di Difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”? Sappiamo con quanta partecipe attenzione il Presidente Mattarella segue l’opera delle molte, generose e apprezzate Missioni di pace italiane nelle diverse aree calde del pianeta. E’ da ritenere che, insieme con il ministro degli Esteri, non gli tocchi apprendere da agenzie di stampa l’annuncio della loro durata, con tutti i risvolti interni e internazionali che ne discendono, a cominciare dalla credibilità dello Stato d’Italia.

Quale ne sia la affidabilità sul piano economico è noto e non richiede commenti. Per mesi il governo si è incaponito a presentare alla Commissione europea un piano triennale senza speranza di approvazione e ha dovuto frettolosamente ripiegare su una trincea arretrata, salvo trovarsi ora alle prese con l’incubo di una seconda “manovra finanziaria” a breve termine (mentre torna a spirare il vento di una “patrimoniale”). Stanco delle insinuazioni di sue presunte responsabilità il ministro dello Sviluppo economico del precedente governo, Pier Carlo Padoan, non ha esitato a tacciare il governo di ignoranza e di malafede.

 

Tra diritti umani e dittatura poliziesca l’Italia sta alla finestra

Non meno sconcertante è l’altra vicenda che mette in discussione l’immagine dell’Italia nel mondo: la scelta tra Guaidò e Maduro in Venezuela. Trattasi di un terreno sul quale non vi possono essere esitazioni, come ha ricordato Re Juan Carlos di Borbone nel discorso pronunciato all’Università Comillas di Madrid: una sede particolarmente emblematica perché è l’Università dei Gesuiti, e quindi (vi è motivo di ritenere) non in contrasto con il pensiero della Santa Sede. Da un canto vi è il ritorno del Venezuela alla “normalità” istituzionale con elezioni libere, garantite da osservatori internazionali indipendenti; dall’altra vi è il prevedibile indurimento di un regime non militare ma poliziesco. Dai governi autoritari, a forte presenza militare, i Paesi ibero-americani sono sempre usciti, senza traumi soverchi. Fu il caso del Brasile, dell’Argentina dopo la Giunta militare di Videla e persino del Cile di Augusto Pinochet, sin dall’origine dichiaratamente transeunte quale dolorosa parentesi verso il ritorno alla democrazia parlamentare. Altra cosa sono i regimi polizieschi, nati da imprese rivoluzionarie e fondate sul “partito unico”, dalla Cuba di Fidel Castro al Venezuela di Chavez e del suo erede, Maduro.

L’astensione dei rappresentanti giallo-verdi e di alcuni esponenti del Partito democratico in una votazione qualificante del Parlamento europeo pone l’Italia fuori dal novero dei Paesi “importanti”  dell’Unione Europea proprio per quanto di meglio, pur con tutti i suoi noti limiti, essa ha espresso e può esprimere: l’affermazione interna e universale dei diritti umani.

 

La lancetta della storia ormai vicine all’ “ora X”: la guerra nucleare

Questo è il vero terreno di confronto per le ormai imminenti elezioni degli europarlamentari, proprio perché la lancette verso la possibile guerra totale si sta avvicinando pericolosamente all’ “ora X”: il conflitto nucleare. La Comunità internazionale è tornata preda dell’anarchia, succuba della gara tra terrorismo e la “trappola di Tucidide”. Non è la prima volta. Accadde un secolo fa, all’indomani della Grande Guerra, quando la Lega delle Nazioni si ridusse a velo sdrucito e stinto degli interessi imperialistici franco-inglesi. Per uscire dalla crisi permanente si contrapposero due visioni globali. Da un canto i piani quinquennali nell’Unione sovietica e il New deal nell’America di Franklin D. Roosevelt, entrambi derivanti dalla filosofia della prassi di origine germanica, più precisamente hegeliana: una concezione “razionale”, propria del capitalismo e dei suoi studiosi, Marx incluso. Dall’altro la visione mistica del pianeta, elaborata tra altri dal massone Giuseppe Cambareri, a contatto con i confratelli  Arturo Reghini, Gino De Sanctis e Domenico Maiocco e con altri personaggi di spicco sino a Pietro Badoglio, Guido Calogero, “filosofo del dialogo”, e Federico Comandini, del partito d’azione. Ne scrisse Silverio Corvisieri  in “Il  mago dei generali” (ed. Odradek). In tale visione cosmologica, anziché che nell’economia la “salvezza” sta nell’esoterismo, nell’uso politico dei suoni e dei colori, come poi predicato con esiti deludenti da José Lopez-Rega, il “brujo” di Juan e Isabelita Peròn.

Non sappiamo quanto le due opzioni (l’hegeliana e la mistica) siano presenti all’Esecutivo attuale. Di certo esso non mostra alcun organica visione e previsione di politica estera e militare, cardini di qualunque Stato, Res Publica o Principato. Tristissimo per la terra di Niccolò Machiavelli.

Aldo A. Mola  

Pubblicato in : EditorialeTag: afghanistan, alcide de gasperi, anarchia, angela merkel, anni, annuncio, brasile, cancelliere tedesco, capitalismo, capo del governo, chavez, commissione, commissione europea, comunità internazionale, costituzione, crisi, de gasperi, democrazia, dichiarato, discorso, elezioni, fascismo, forze armate, germania, governo

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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