La politica economica non è solo algebra, cioè togliere e aggiungere qualcosa. E’ anche questo, perché ai numeri comunque si deve arrivare, ma dietro occorre un’idea di società, una scelta di fondo. Una politica.
Quale sia, dopo il rovesciamento delle alleanze di agosto, è molto difficile da capire. Per ora, si registrano solo toni più pacati, clamori sopiti, proclami messi nel cassetto. Non è poco, ma non è ancora una direzione di marcia.
L’algebra della manovra 2020, d’altronde, è presto detta. Si parte dal meno 23 miliardi della clausola IVA da cancellare, e siamo subito molto sotto la linea di galleggiamento. Bisogna ritrovare dunque il punto zero con tagli, risparmi o, Dio non voglia, nuove imposte, e poi andare alla ricerca del sole: un bilancio che stia in piedi, vada bene all’Europa e ai mercati. E poi bisogna spostare altri miliardi, alcuni che scattano anche senza far nulla, e solo alla fine si arriva a quelle scelte che diano davvero un senso a tutto.
Un Paese con 2300 miliardi di debito, che va verso il 135% di tutto ciò che produce, parla di cose da fare, di priorità, di futuro, solo dopo aver traversato il deserto di queste cifre. Gualtieri ha buttato lì un primo calcolo: 15 miliardi da trovare, per sedersi al tavolo dell’UE e per domare lo spread in discesa, ma sempre ben sopra quota 90 della Spagna….
E comunque non sarebbe ancora finita, perché fingiamo sempre di dimenticarci che il malcapitato Tria, per far quadrare i conti delle elargizioni verdistellate, aveva messo entrate da privatizzazioni di ben 18 miliardi. Visto che in 9 mesi non è stato venduto patrimonio neppure per un euro, l’idea è sempre quella di rivolgersi a Cassa Depositi e Prestiti, perché si prenda pezzi delle proprietà statali e paghi cash al Tesoro. Ma 18 miliardi non sono piccola cosa, né per l’Europa che non può chiudere gli occhi sul transito furbastro di tanti soldi da una tasca pubblica all’altra, né per la parte privata di CDP, che non è lì a prendere ordini.
Ma il tema privatizzazioni è importante più in generale, perché può essere uno degli indicatori al bivio decisivo tra una politica statalista e una di mercato. La tentazione di saldare antiche pulsioni della sinistra con le diffidenze anti mercato dei 5Stelle, è uno dei terreni di questa verifica. Temi ritenuti minori come l’acqua cosiddetta pubblica, o la non ratifica del CETA non sono innocui come sembra, perché appartengono a un elenco che può dare una svolta in un senso o nell’altro: Alitalia, Ilva, Atlantia, Banca del Sud (?), questioni chiave del fisco (patrimoniale?), nonché le grandi attrattività dell’assistenzialismo clientelare, eredità del precedente governo. Oppure: incentivi allo sviluppo, cuneo fiscale diminuito anche per le imprese, 4.0, automatismi anzichè discrezionalità. Tutti temi di mercato.
Alla base, come dice un vecchio adagio cinese, c’è la scelta tra regalare un pesce o insegnare a pescare. Un bivio culturale.
Passa da qui, va capito, anche la tensione interna al PD, che potrebbe portare allo scoperto uno scontro esistenziale del nuovo riformismo, se le due tendenze non si conciliassero.
Tutto il sistema politico è in evoluzione, sia nel centrosinistra che nel centrodestra, e il ribaltone di Ferragosto è solo un tassello di smottamenti ben più consistenti. La manovra di bilancio sarà per questo la prima verifica delle tendenze profonde del sistema.
E’ questo il vero cimento a cui è chiamato Gualtieri, perché deve portar a casa il riaggancio del dialogo europeo con relativa flessibilità, ma navigando nel mare per ora in bonaccia, ma potenzialmente tempestoso, dei nuovi rapporti di forza italiani. Il sovranismo è anacronistico ma più vivo che mai, ci sono partiti ieri agonizzanti come 5Stelle e LEU che sul governo si giocano tutto, mentre i due assi portanti del rapporto con l’Europa, PD e Forza Italia, sono scossi da brividi profondi.
La manovra di autunno in realtà non sarà decisiva, perché molto è già compromesso anche per il 2020 e l’effetto dei risparmi su interessi del debito, reddito di cittadinanza e quota 100 saranno visibili solo un anno dopo.
Ma la linea di fondo già emergerà, e potrebbe segnare il futuro, nel bene o nel male.
Beppe Facchetti

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