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Le riforme le parole e i fatti

Bisogna smetterla con questo vezzo di sinistra di sostituire alle proposte concrete gli aggettivi altisonanti per distinguersi dai riformisti liberali. E’ pericoloso.

di Umberto Minopoli | 12 Novembre 2017

E’ questo che non e’ piu’ accettabile, credibile e sopportabile: la dittatura dell’aggettivo. Il modesto Pisapia, per qualificare la sua manifestazione di oggi e per descrivere ciò’ che lo distingue dal Pd ha parlato di un “centrosinistra radicalmente innovativo”. Che distinguerebbe lui, Grasso, Speranza e altri da Renzi e il Pd. Che, sembra di capire, il centrosinistra lo vorrebbero “non radicale” o ” poco innovativo”. Ma basta. Letteralmente non se ne puo’ piu’.

La sinistra, ai miei occhi di riformista liberale, ha questo vezzo che la rende antipatica: crede di avere il monopolio del cambiamento. Ma non perche’ fa, effettivamente, innovazioni o riforme. No. Solo perche’ le aggettiva: forti, radicali, straordinarie ecc. Poi quali siano queste riforme che propone, quali siano i contenuti, i programmi che avanza, che cosa realmente abbiano di innovativo e in che cosa rappresentino un cambiamento reale, non e’ dato saperlo. In che cosa i programmi della sinistra radicale ( che non ha fatto mai alcuna riforma) siano “radicalmente innovativi” rispetto alle riforme realizzate da Renzi e che hanno portato l’Italia fuori dalla crisi? Lo sapete voi? Io no.

Pisapia sara’ un buon sindaco o un moderno avvocato ma deve capire, insieme a tutta la sinistra, una cosa: in Europa e in Italia bisogna smetterla con gli aggettivi per qualificare i propri programmi. Bisogna smetterla con questo vezzo di sinistra di sostituire alle proposte concrete gli aggettivi altisonanti per distinguersi dai riformisti liberali. E’ pericoloso. Se ci fermiamo agli aggettivi il populismo, anch’esso radicale a parole, vi strabatte. Nella situazione europea di oggi serve il contrario: dimostrare che sono possibili cambiamenti “tranquilli” e che vale molto di più’ la competenza di governo che il radicalismo (a parole). E’ il populismo il nemico da battere. E il populismo, quanto alla retorica degli aggettivi, batte chiunque.

Io sono diventato sostenitore di Renzi solo quando ha realizzato il job act. E perche’, finalmente, c’era al governo una sinistra che le riforme le faceva e non le aggettivava soltanto. Ora Pisapia e l’Mdp la smettano con la pretesa di distinguersi con gli aggettivi, astratti e altisonanti. Dicano, finalmente, quali sono concretamente le riforme che farebbero, in che cosa sono piu’ “radicali” di quelle che Renzi ha fatto o propone di fare, e che cosa abbiano di cosi’ innovativo. Io, per ora, ho capito soltanto che gli piacerebbe “ripristinare” l’articolo 18. Non proprio un’innovazione e tanto meno “radicale”. Io della sinistra presuntuosa e parolaia che fa le rivoluzioni con gli aggettivi non ne posso più’. E’ tempo dei riformisti. E i riformisti sono quelli che le riforme ( possibili) le fanno. E non le risolvono in vuoti aggettivi, “radicali” a parole.

Umberto Minopoli    (postato su Facebook)

Pubblicato in : EditorialeTag: articolo 18, cambiamenti, centrosinistra, crisi, europa, governo, italia, Liberali, manifestazione, pd, radicali, renzi, riforme, sinistra radicale, speranza

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