“Come si può governare una nazione che ha 246 differenti varietà di formaggio?” Si chedeva, da gran narciso e umorista nero che era, Charles De Gaulle nei giorni della sua debacle da caudillo di Francia, intendendo puntare il dito sulla frammentata e rissosa classe politica del suo paese, lui che era stato investito dal sacro compito di risollevare le sorti e la grandeur nonostante tutti, tutto e persino sé stesso, dell’amatissima patria. Tutti i torti non li aveva, all’Assemblée nationale, i gruppi politici erano troppi e troppo frammentati e durante il corso di un anno, tra scissioni e tentativi di riunificazioni, il numero variava ulteriormente. Tanto che riuscì nel 1958, all’apice della sua carriera, a vincere il referendum sulla nuova Costituzione, elaborata dal suo Governo, così che si passò formalmente (con tanto di rispetto formale e sostanziale del diritto costituzionale) dalla IV alla V Repubblica. Ma la stagione delle sconfitte e dell’irrilevanza per la sinistra francese non si esaurì con l’addio all’Eliseo di De Gaulle, i gollisti continuarono a dettar legge (nonostante il ‘68) ancora per tutti gli anni ‘70 e se i dirigenti delle varie sigle non avessero deciso di fare tutti assieme “un passo indietro” a partire da Pierre Mendès France, non avremmo avuto probabilmente la riunificazione di Epinay-sur-Seine del 1971 e la conquista della presidenza nel 1981 da parte di colui alla quale, nel celebre congresso, venne affidata la guida del neonato PSF, François Mitterrand. In un passaggio storico delicatissimo non soltanto per la Francia ma per i destini dell’Europa stessa, le cui vele furono gonfiate in special modo dal vento fresco dei socialisti europei che conquistarono nella decade 1980 la guida dei principali governi del continente: Helmut Schmidt e Gerhard Schroder in Germania; Bruno Kreisky, Fred Sinowatz e Franz Vanitsky in Austria; Felipe Gonzales in Spagna; Mario Soares in Portogallo; Anker Jorgensen in Danimarca; Bettino Craxi in Italia; Gro Harlem Brundtland in Norvegia [autrice del primo rapporto integovernativo mondiale (WCED) sullo sviluppo sostenibile del pianeta]; Olof Palme (una delle vittime eccellenti di assassinio politico in Europa nel dopoguerra) e Ingvar Carlsson in Svezia; Pierre Mauroy, Laurent Fabius e Michel Rocard (con il citato Mitterrand presidente) in Francia. Una stagione forse irripetibile che segnò contestualmente il picco più alto di civiltà, di pace e di giustizia sociale in Occidente. Nasceva e si rafforzava il PSE e pure l’Internazionale Socialista conosceva un momento di organizzazione e coesione internazionale, che oggi che ce ne sarebbe molto bisogno, dato lo strapotere globale della finanza d’assalto, latita. Tanto che l’ondata populista sembra avanzare come una peste incontrollabile, in tutto il pianeta. Ecco perché anche in Italia, dopo la cura mortifera prima della “vocazione maggioritaria” e del “ma-anchismo”e poi della “rottamazione” sarebbe giunto il momento di voltare pagina nella storia del principale partito della sinistra, il Partito Democratico. I segnali ci sono e le speranze si riaccendono. Lo stesso Martina si è dato un gran daffare in queste settimane di reggenza nel riallacciare i rapporti un po’ sfilacciati con i socialisti europei e non sembra sia soltanto una questione legata alle imminenti elezioni di maggio. Nella Toscana del “giglio magico” nell’ultimo anno si è passati dalla schiacciante maggioranza renziana del 5,5 contro 1 a quella dell’1,7 contro 1 ottenuta dal giovane sfidante Fabiani. A livello nazionale Zingaretti è segnalato al 63% senza Minniti in corsa e sostanzialmente alla pari nell’ipotesi che l’ex Lothar dei “bei tempi” di D’Alema a Palazzo Chigi si decida a sciogliere la riserva sulla sua candidatura. Una riserva che verte sostanzialmente da quanta distanza da Renzi necessita l’ex ministro degli Interni per non dover correre una corsa a ostacoli dagli esiti incerti. Con in più il gravame attualmente non valutabile dello smarcamento a bassa intensità di Renzi stesso dal PD, con la trovata scaturita dalla Leopolda 9, quella dei “Comitati civici” una sorta di Araba Fenice “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Specialmente dai sempre più disorientatissimi suoi. Quanto all’Italia sarebbe ora che pure quelli della stampa (e ministroni e ministrelli) la piantassero con questa storiella delle varie Repubbliche immaginarie. Siamo sempre alla I quella nata dalla resistenza e dall’antifascismo, che non si è fatta giocare né dai cambiamenti di Leggi elettorali (pensate più che per semplificare e correggere il sistema politico, machiavellicamente per come fottere l’avversario di turno) né dai vari tentativi di stravolgerla operati da destra a manca, anche recentemente. Tieniamocela cara e facciamo in modo che ritorni la bella politica ad illuminarne il cammino. Visto il costante e progressivo peggioramento del suo ceto officiante nell’ultimo quarto di secolo. Una partita fondamentale la può giocare un rinnovato PD, che assieme a tutti gli spezzoni (in alcuni casi vere e proprie macerie) della sinistra italiana, sappia rifondarsi e ritrovare la via per l’unità politica prima e più avanti, per una sempre possibile e auspicabile Epinay italiana. Bon Courage!
Alessandro Silvestri

Lascia un commento