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LE RELAZIONI PERICOLOSE DI TRUMP

Nessun presidente prima di lui si è mai umiliato a questo modo di fronte a un tiranno; (John McCain, ex senatore repubblicano – 2018). Trump e Putin come Hitler e Stalin, pronti a spartirsi amichevolmente l’Europa e non solo. Gli indizi non mancano. Tocci sottolinea come Vance, a pochi giorni dalla conferenza e dalle elezioni tedesche, abbia incontrato Alice Weidel e abbia manifestato il suo appoggio all’ultradestra di AfD e riporta le voci secondo cui il discorso del vicepresidente Usa sarebbe stato scritto dal figlio di Tuker Carlson, il giornalista trumpiano, complottista e no vax notoriamente vicino al Cremlino e autore di una intervista in ginocchio a Putin nel 2024.

di Francesco Sarchi | 20 Maggio 2025

Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali di Roma, racconta, sulla Stampa del 17/02/25, che mentre stava andando a Monaco per la Conferenza sulla sicurezza si chiedeva se “Monaco 2025 sarebbe diventata una macabra riedizione di Monaco 1938, quando Francia e Regno Unito abbandonarono la Cecoslovacchia nel tentativo di placare la Germania nazista”. Di ritorno dalla Baviera, invece, doveva constatare che “l’analogia storica più calzante non è tanto la Cecoslovacchia del 1938 ma la Polonia del 1939” e al precedente interrogativo, già di per sé preoccupante, se ne stava aggiungendo un altro, se possibile, ancor più drammatico: “Così come la Polonia nel 1939 fu attaccata e occupata sia dall’Unione sovietica sia dalla Germania nazista, l’Europa oggi si ritrova stretta tra la morsa militare della Russia e l’affondo politico dell’America di Trump?”.

Trump e Putin come Hitler e Stalin, pronti a spartirsi amichevolmente l’Europa e non solo. Gli indizi non mancano. Tocci sottolinea come Vance, a pochi giorni dalla conferenza e dalle elezioni tedesche, abbia incontrato Alice Weidel e abbia manifestato il suo appoggio all’ultradestra di AfD e riporta le voci secondo cui il discorso del vicepresidente Usa sarebbe stato scritto dal figlio di Tuker Carlson, il giornalista trumpiano, complottista e no vax notoriamente vicino al Cremlino e autore di una intervista in ginocchio a Putin nel 2024.

Nel giro di pochi giorni il presidente americano, assistito dal suo vice, avrebbe confermato la fondatezza di questi timori in un incontro con il suo omologo ucraino, nel quale manifestò tutto il suo disprezzo per Zelensky e per l’Europa.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Narcisismo, bullismo, megalomania, delirio di onnipotenza, quel mix di invidia, sudditanza psicologica e ammirazione per gli autocrati e tutte le altre caratteristiche di Trump, non ultimo il suo analfabetismo istituzionale, aiutano a capire ma non spiegano l’appiattimento sulla narrazione del Cremlino. Deve esserci stato dell’altro, qualcosa di meno evidente e più sostanziale dei continui show in favore di telecamere a cui siamo ormai abituati.

In proposito si cita spesso il rifiuto del neoeletto Zelensky di dar seguito alle richieste di Trump di imporre al procuratore generale dell’Ucraina nuove indagini sull’attività del figlio di Biden. Richieste formulate nel colloquio telefonico del 25 agosto del 2019 con una tempistica quantomeno sospetta: a un anno delle nuove elezioni presidenziali Usa e poco tempo dopo aver congelato aiuti militari per 391 milioni di dollari all’Ucraina.

Questo può dar conto dell’avversione per il presidente Ucraino e il desiderio di umiliarlo ma non degli elogi per Putin, non del taglio, condannato anche da Reporters Sans Frontières, dei fondi a Radio Free Europe e agli altri media attivi nel mondo nella denuncia dei regimi autoritari, o della decisione di mettere fine al programma di tracciamento dei bambini ucraini deportati in Russia e neppure della superficialità e del cinismo con cui la strage di civili di Sumy, compiuta con la solita tecnica del bombardamento in due fasi per poter colpire così anche i soccorritori, viene definita “un possibile errore”.

Siamo di fronte ad un atteggiamento di condiscendenza, negazionismo, giustificazionismo e manipolazione della realtà che diventano una complicità criminale che abbisogna di spiegazioni più profonde.

Seguendo Tocci nel gioco delle analogie verrebbe da chiedersi se anche tra Putin e Trump ci sia stato qualcosa di simile al Ribbentropp – Molotov con annesso protocollo segreto, e se sì, quando e dove?

No, nessun patto segreto, questa singolare alleanza non ha neppure data e luogo di nascita ben definiti visto che il “quando” consiste in un continuum che inizia dagli anni Ottanta del secolo scorso e il “dove” è distribuito in una serie di percorsi che collegano la Trump Tower (d’ora in poi TT) al Cremlino e a ben noti paradisi fiscali.

Lungo queste coordinate spaziotemporali si mossero per primi quel monumento del giornalismo investigativo che fu Wayne Barrett, il mitico reporter di The Village Voice, e il premio Pulitzer David Cay Johnston a cui seguirono, dopo le elezioni presidenziali del 2016, altri autorevoli professionisti della carta stampata, che con le loro inchieste hanno portato alla luce del sole una realtà ben più inquietante di quanto avremmo potuto razionalmente immaginare. Mi riferisco in particolare a Craig Unger (Casa di Trump, casa di Putin, 2018, e American Kompromat, 2022), John Sweeney (Il killer del Cremlino, 2022), Luke Harding (Collusion. Come la Russia ha aiutato Trump a conquistare la Casa Bianca, 2017), Jacopo Jacoboni e Gianluca Paolucci (Il tesoro di Putin, 2023), Bill Browder (Sfida allo Zar, 2022) e Fabrizio Calvi (Un parrain à la Maison Blanche)

Barrett e Johnston evidenziarono i rapporti del tycoon con le famiglie Gambino e Genovese della mafia italo americana, ma questo è solo l’inizio di un percorso in cui incontreremo lobbisti senza scrupoli, faccendieri di varia estrazione, oligarchi, mafia russa e, magari un po’ defilati o in incognito ma comunque onnipresenti, gli uomini dei servizi segreti russi.

Ad esempio è emblematica la vicenda di Paul Manafort, contitolare di una società di lobbing con Roger Stone, il mentore politico di Trump. Entrambi parteciparono alle campagne elettorali del Partito Repubblicano lavorando per Ford, Reagan, Bush e Dole. Manafort a un certo punto allargò il suo raggio d’azione e, dopo aver prestato i suoi servizi e le sue competenze a una serie di dittatori: Mobutu, Marcos, Saddam Hussein e Ceausescu, nel 2004 ricomparve in Ucraina con l’incarico di ricostruire, dopo la sconfitta del 2004, l’immagine di Janukovyč, cioè di chi, nei piani di Putin, sarebbe dovuto diventare il Lukašenka di Kyiv. Allo stesso tempo fu incaricato da Oleg Deripaska, l’oligarca dell’alluminio amico di Putin e sospettato di collegamenti col crimine organizzato, di lavorare per creare un’immagine positiva di Putin e della Russia nell’opinione pubblica occidentale. Rientrato negli Usa dopo l’Euromaidan e la fuga di Janukovyč, nel 2016 si offrì gratuitamente a Trump come guida della sua campagna elettorale. La proposta venne accettata, Manafort chiamò a collaborare Konstantin Kilimnik, suo fido luogotenente ai tempi dell’Ucraina nonché intermediario con Deripaska e legato all’intelligence russa, e i legami col Cremlino si facevano sempre più stretti e ambigui.

Manafort lasciò l’incarico in agosto in seguito ad un articolo del New York Times così intitolato: In Ucraina, un libro paga segreto elenca i contributi in contanti versati al capo della campagna di Donald Trump. Si trattava di 12,7 milioni di dollari in contanti. Questo però non vuol dire che la collaborazione tra i due non sia continuata sotto traccia.

L’edizione italiana di Wikipedia condsidera la TT un emblema dell’impero del magnate americano. Nulla di più vero: la sua storia e le vicende di cui i suoi muri sono stati testimoni sono state anche filo conduttore per chi non si è limitato ad accettare l’autorappresentazione del presidente e ha indagato sui retroscena delle sue fortune politiche e finanziarie.

A cominciare dalla prima pietra, dal cemento di provenienza malavitosa procurato da Anthony Salerno, capo della famiglia Genovese, il cui avvocato, Roy Cohn curava anche gli interessi di Trump. A completamento del quadro il già citato Barrett racconta dei buoni rapporti di Cohn con tutte e cinque le famiglie criminali di New York tanto da mettere a disposizione il suo studio per i loro incontri che in questo modo erano coperti dal segreto professionale. Inoltre Cohn curava anche i rapporti col sindacalista mafioso John Cody che garantì ordine e assenza di scioperi durante i la costruzione.

Terminati i lavori uno dei primi acquirenti comprò cinque appartamenti per sei milioni di dollari. Era David Bogatin, personaggio coinvolto nell’operazione Red Daisy, la truffa sulle imposte sul carburante orchestrato da Cosa Nostra e crminalità russa, nonché fratello di Jakob Bogatin, emissario della Solncevskaja Bratva (Fratellanza del Sole) e legato a Semen Mohylevyč uno dei cervelli della mafia russa,. Ben presto le attività di Trump nel campo immobiliare e i suoi casinò divennero “lavatrici” per gli oligarchi e la mafia russa che agivano sfruttando abilmente norme permissive e pagando in contanti.

Altre storie testimoniano di diverse utilizzazioni del “monumento” della Quinta Strada. Viačeslav Ivan’kov, anche lui della Solncevskaja Bratva, che “fino alla sua morte era considerato il mafioso più importante del mondo postsovietico” (Varese F., La Russia in quattro criminali), nel 1992 fu inviato negli Usa per gestire le attività di Mohylevyč e in poco tempo “divenne noto come il mafioso russo più potente degli Stati Uniti” (Unger C.). Viveva nella TT, ma quando nel 1995 gli agenti dell’FBI andarono lì per arrestarlo lui se ne era già andato. Lo trovarono poi grazie ad una soffiata ad Atlantic City, nascosto nel Taj Mahal Casinò, altra proprietà di Trump.

Nell’aprile del 2013 ci fu un’irruzione in un appartamento nella TT da dove un gruppo di gangster russi gestiva un giro illegale di gioco d’azzardo. L’operazione portò all’arresto di trenta persone, riuscì a salvarsi e a far perdere la tracce solo Alimzham Tokhtakhounov, personaggio importante della solita Solncevskaja Bratva. Per un po’ non si seppe più nulla di lui, ricomparve sette mesi dopo a Mosca nel parterre di Miss Universo, seduto non lontano da Trump.

I libri segnalati raccontano dettagliatamente queste ed altre storie simili con trame che sembrano riflettersi una nell’altra, intrecciarsi tra loro, tanto da far pensare ad un’unica matrice con personaggi e ruoli fissi proprio come le fiabe popolari. Questi però sono personaggi in carne e ossa e le loro vicende sono frammenti di un’unica storia vera, ancora non completamente svelata né interamente compresa, un po’ come le tessere di un puzzle: tutte, chi più e chi meno, aiutano a ricostruire e definire l’insieme.

A tal fine è particolarmente importante ciò che avvenne il 9 giugno del 2016, in piena campagna per le presidenziali Usa, in un locale della TT dove il già citato Manafort; il figlio di Trump, Donald Jr, e Jared Kushner che del candidato presidente era il genero e l’anno successivo ne sarebbe diventato il consigliere senior, incontrarono Rinat Akhmetshin, un lobbista russo naturalizzato americano, sospettato di legami con i servizi di Mosca e impegnato nella campagna per l’abrogazione del Magnitsky Act, la legge che prevede sanzioni per chiunque sia responsabile di gravi violazioni dei diritti umani; Irakly Kaveladze, secondo un’indagine del Congresso gran riciclatore di contante proveniente dalla Russia e dall’Europa orientale, ufficialmente interprete, in realtà rappresentante della famiglia Agalarov, gli oligarchi che avevano stabilito il contatto con il gruppo Trump, e Natalia Veselnitskaja, definita da Bill Browder “avvocatessa russa e agente del Cremlino”, anch’essa lobbista anti Magnitsky Act, legale della Prevezon Holding, la società accusata di aver riciclato parte dei proventi della truffa da 230 milioni di dollari sulla quale stava indagando l’avvocato di cui questa legge porta il nome, prima di essere arrestato e morire in un carcere speciale “per cause naturali”.

Le aspirazioni dei due gruppi erano chiare: gli americani volevano le mail hackerate di Hillary Clinton e i russi l’abrogazione del Magnitsky Act. In altre parole Putin offriva aiuto nella campagna elettorale e Trump “comprensione” sulla questione della Crimea e del Donbas oltre a disponibilità per rivedere le sanzioni una volta eletto, ma Veselnitskaja aveva anche il compito di tenere informato il procuratore della federazione Russa Yuri Chaika sull’evolversi della situazione.

E la situazione era notevolmente cambiata da quei lontani anni ’80 quando il Kgb “scoprì” quel giovane palazzinaro rampante in una delle normali operazioni di ricerca di persone, per vari motivi condizionabili o ricattabili, da trasformare, con lungo e paziente lavoro, solitamente in pedine più o meno consapevoli, nei casi più fortunati in attivisti, collaboratori, megafoni e opinion makers amici o, meglio ancora, informatori e spie.

Era così cambiata che quello che all’inizio era considerato uno tra i tanti “utili idioti” col tempo era diventato “il pesce più grosso nella rete del Cremlino” (Sweeney) utilizzabile per cercare di destabilizzare la democrazia americana dall’interno, e ora, sotto gli occhi attenti di Natalia Veselnitskaja, si stava trasformando in una potenziale versione di “candidato manciuriano” che, a differenza dei suoi precedenti della letteratura o del cinema, sarebbe riuscito a diventare presidente degli Usa per ben due volte, anche se nessuno poteva ancora immaginarlo.

Certo non esistono prove di un reclutamento vero e proprio, solo voci anche se da fonti diverse. Ci sono però i viaggi a Mosca, il primo nel 1987 su invito dell’Intourist, agenzia notoriamente legata al Kgb, le attestazioni di stima, le operazioni immobiliari perlomeno insolite, le frequentazioni ambigue e pericolose, i fiumi di contante in soccorso Trump ogni volta che si era trovato sull’orlo del fallimento e, sempre e ovunque, gli uomini dei servizi che osservano con molta discrezione.

Osservano e qualche volta filmano…

Fu così che Chris Steele, ex ufficiale britannico per anni impegnato in attività di spionaggio a Mosca, indagando su Trump come investigatore privato, prima per conto dei suoi avversari nelle primarie dei repubblicani e poi per il comitato di Hillary Clinton, si trovò in mano materiale così scottante che decise di condividere le sue informazioni con l’Mi6 e l’Fbi.

Il contenuto del rapporto Steele girò per un po’, più o meno riservatamente, nelle stanze della politica e dei media, Harding ha scritto che “praticamente ogni caporedattore e commentatore era a conoscenza di queste affermazioni, se non addirittura dei dettagli più coloriti”, fino al 10 gennaio 2017, giorno in cui venne pubblicato integralmente da BuzzFeed.

Trentacinque pagine di memo intorno ad un’accusa sconvolgente e gravissima nei riguardi del presidente neoeletto: i russi stavano coltivando Trump da decenni e lo avevano incastrato grazie ad un kompromat a luci rosse.

Anche per queste affermazioni manca la pistola fumante e l’autore, per più che ovvi motivi, non rivela le sue fonti, resta però il fatto che si inseriscono in un contesto che, per dirlo con le parole di Harding, offre “una spiegazione convincente dell’inusuale fedeltà di Trump nei confronti della Russia”, anche perché l’episodio della trappola sessuale scattata nella suite presidenziale del Ritz Carlton Hotel di Mosca nel 2013 non sarebbe l’unico. Secondo Oleg Kalugin, ex capo del controspionaggio sovietico, ci sarebbe un altro kompromat risalente alla prima volta di Trump a Mosca e ci sono altre voci relative anche al viaggio del 1996 e, se tutto questo non bastasse, c’è anche la smentita significativamente ambigua e minacciosa di Putin riportata da Harding. Inoltre va considerato che il metodo del kompromat sessuale è stata una delle armi privilegiate del Kgb, e ora dell’Fsb, per compromettere, calunniare, ricattare o tenere in pugno diplomatici, dissidenti e avversari politici. La stessa arma utilizzata da Putin già nel 1999 per liberarsi del giudice Yury Skuratov.

Durante la prima presidenza di Trump, nel 2018, Madeleine Albrigth, già segretario di stato con il presidente Clinton, pubblicava Fascismo, una lucida e approfondita disamina storica sul fascismo, sui dittatori di ieri e su quelli di oggi. L’autrice, nel capitolo conclusivo, dopo aver fatto presente che “l’ombra che incombe su queste pagine è ovviamente quella di Donald Trump” continuava con queste parole: “Se non fosse stato eletto presidente, mi sarei comunque cimentata nella scrittura di questo libro. (…) L’elezione di Trump mi ha persuaso ad accelerare i tempi”.

Forse in allora l’inserimento del quarantacinquesimo presidente della più antica democrazia del mondo in uno studio che tratta di personaggi della caratura di Hitler, Mussolini, Stalin parlando di ieri e Putin, Erdogan, Orban, Maduro, Duterte e Kim Jong-un parlando di oggi, avrebbe potuto sembrare una forzatura, un’iperbole eccessiva, invece si sarebbe presto dimostrato, come recita il sottotitolo, Un avvertimento.

Francesco Sarchi

(da Solo Riformisti)

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bush, campagna elettorale, casa bianca, ceausescu, cinema, democrazia, discorso, disposizione, disprezzo, elezioni, fallimento, fascismo, figlio, francia, germania, hillary clinton, intervista, la germania, lavoro, mondo, mussolini, new york times, personaggi, persone

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