
Il Corriere di domenica 9 ottobre dedica un’intera pagina alle pensioni di domani (“Giovani, sorpresa pensione arriverà al 70% del reddito”)
Il servizio, sul quale è nostra intenzione tornare nelle prossime settimane, è sicuramente ben fatto e non può essere archiviato con sufficienza, né tanto meno preso alla leggera.
Stefano Patriarca, responsabile area pensioni dell’ufficio studi dell’Inps è un esperto di previdenza di indiscutibile valore ed Enrico Marro un giornalista sicuramente qualificato e capace.
E’ ovvio che se il tutto si muove con la regia dell’Inps, che negli ultimi tempi dedica molta attenzione alla propria immagine, il risultato almeno dal punto di vista mediatico è di sicuro effetto.
Chi, tuttavia, non si accontenti delle apparenze, dovrà approfondire alcuni aspetti non banali, a cominciare dal punto di arrivo dello studio presentato.
Una pensione al 70% del reddito è sicuramente molto più alta di quanto comunemente ci si possa attendere, stando alle convinzioni ormai molto radicate.
Reddito è, però, una definizione vaga e le percentuali rischiano di non dire assolutamente nulla, visto che lo scenario è tutto basato sul contributivo, come è giusto che sia.
Nel contributivo, valgono i contributi accumulati nell’intero arco di una vita di lavoro e, quindi, è assolutamente difficile fare previsioni che reggano ad una serie di interrogativi non necessariamente malevoli.
Il 70% rappresenta una quota ragguardevole; per ottenerla, la simulazione dà per scontato che, al 2060, si vada in pensione non prima di 69 anni e 5 mesi.
L’assunto pone di fronte a una domanda alla quale nessuno, al momento, pare intenzionato a rispondere. Quanti sarebbero i lavoratori e le lavoratrici che, a quella età, arriverebbero dopo anni di disoccupazione perché non in grado di sopportare i carichi di lavoro ai quali sono sottoposti o, più banalmente, perché scartati da chi dimostra ogni giorno che lavoratori di una certa età è meglio non averne tra i piedi?
Capisco che gli studiosi siano condizionati dalla matematica, più che dai problemi sociali, ma non è assurdo pretendere che la medesima disciplina non si trasformi in opinione e che la prospettiva di una quota consistente di cittadini, che prima di arrivare alla fatidica data della pensione, corrono il rischio di passare molti anni senza lavoro e senza pensione, rappresenti qualcosa di più di una possibile variante da annotare in uno studio rappresentativo del futuro.
Altro aspetto non trascurabile è che si presenta la previsione del 70% del reddito, dando per scontato che al reddito da pensione si sommerà quello del TFR, magari capitalizzato, calcolato nella misura del 13-14%, avanzando l’ipotesi di una pensione integrativa non necessaria ai fini della futura sussistenza.
Nell’articolo del Corriere, c’è poi un’affermazione sulla quale sarebbe consigliabile una maggiore cautela per evitare che scatti l’ennesima campagna contro le pensioni di anzianità.
Sostenere che, chi nel 2010, è andato in pensione di anzianità a 59 anni di età si è visto, di fatto, liquidare (lo studio si riferisce alla media) una pensione di 2.031 € al mese, mentre con il contributivo avrebbe avuto soltanto 1.050 €, è quanto meno fuorviante.
Si ritiene che la differenza sarebbe, in realtà, pagata dai parasubordinati e dagli immigrati. Capisco che chi scrive deve anche semplificare, ma occorre anche attenzione per non semplificare troppo, lanciando messaggi sbagliati.
Come affermato all’inizio, ritengo comunque che i risultati dello studio a Patriarca vadano approfonditi, approfittando anche dell’occasione offerta dal Corriere per tentare di affrontare il problema “pensioni di domani”, superando la fase dello slogan continuo.
PS. Sarebbe interessante una “mano di conti”, che al pari di quella contenuta nello studio Cnel/Cer di due anni fa, si soffermasse anche su quanto succederà tra il 2020 e il 2040, cioè ai lavoratori attualmente in piena attività o magari senza lavoro, anche per dimostrare che non si indica la luna per far distogliere lo sguardo dal presente.

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