
C’è chi le chiama mestamente dismissioni chi con inguaribile ottimismo valorizzazione del patrimonio pubblico: in pratica si dà avvio alla liquidazione (absit iniuria verbis) del patrimonio dello Stato Italiano per fare cassa.
Travolti da una grottesca frenesia didattica alcuni hanno spiegato come “una famiglia che non riesce a pagare i propri debiti, alla fine è costretta a vendere i mobili di casa”: tristissimo paragone dal momento che nell’esperienza comune non si conoscono molti casi di famiglie che si siano salvate così, al contrario, questo è solitamente l’ultimo gradino prima del disastro totale.
Sull’argomento il ministro Tremonti ha organizzato un seminario tecnico con tanto di slide, grafici, tabelle e, visto l’argomento, con abbondanza di diagrammi a torta. E sì perché per chi ha quel tal accumulo di soldi generato dal risparmio fiscale, eufemismo per dire evasione fiscale assistita da solidi professionisti, in questa fase di difficoltà negli investimenti affidabili questo sarà un affare sicuro almeno a giudicare dalle foto di molti dei beni in via di dismissione. E’ così che il noto modo di dire toscano “chi vende non è più suo” può aggiornarsi in “chi vende diventa suo”.
Alcune osservazioni su questa triste pagina nazionale. In primo luogo non è vero che questi beni non sono di nessuno: sono degli italiani e segnatamente di quelli che hanno sempre pagato le tasse e quindi già questo dovrebbe indurre un certo maggior rispetto. In secondo luogo una siffatta operazione andrebbe fatta a valle di tutte le altre misure capaci di arrestare la dinamica accrescitiva del debito pubblico; diversamente, come nel supplizio di Sisifo, si butteranno via altre risorse e, peggio, si rischia di far ripartire baldanzosamente il “partito della spesa” sempre trasversalmente in agguato tra i banchi del Parlamento. E a dire il vero di misure strutturali che abbiano incidenza sulla dinamica del debito non se ne vedono all’orizzonte.
Poi c’è il fatto non secondario che questa classe di governo e purtroppo bisogna aggiungere questa classe politica in genere non ha né la credibilità né il prestigio per mettere mano alla liquidazione di un patrimonio pubblico creato dagli italiani onesti negli ultimi centocinquanta anni (a proposito di anniversari!). Sono morte e sepolte quelle classi dirigenti capaci di chiedere un prestito nazionale o di pagare parte degli stipendi con titoli di Stato. Tuttavia, in omaggio a una sorta di esterofilia destinata a coprire l’ignoranza di una classe politica ingorda quanto infingarda, si è parlato in passato di “public company”, in italiano società ad azionariato diffuso, proprio per dare vita a una sorta di collocamento etico delle società di Stato chiamando in causa in qualche modo una massa assai rilevante di cittadini azionisti in luogo dei “soliti amici” che nelle privatizzazioni hanno fatto la cosiddetta parte del leone (in quanto a larghezza di fauci!).
Certo in un paesino come l’Italia si tratta di un passo assai temerario, quello di avviare dismissioni di patrimonio pubblico tramite public company, che necessita di una serie di garanzie e controlli. Certo! Ma si può fare. E soprattutto sarebbe giusto farlo.

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