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Le pene di Giorgia

C’è un momento, nella vita di ogni coalizione di governo, in cui il calcolo elettorale smette di essere l’unica variabile in gioco. È questo il momento in cui un nuovo attore politico non si limita a contendere consenso, ma mette alla prova la tenuta stessa dell’impianto che tiene insieme un Paese e i suoi vincoli esterni. È quanto accadrà nel prossimo futuro, dopo la pubblicazione del programma di Futuro Nazionale, il partito guidato dall’ex Generale Roberto Vannacci.

di Nicola Minopoli | 28 Agosto 2026

C’è un momento, nella vita di ogni coalizione di governo, in cui il calcolo elettorale smette di essere l’unica variabile in gioco. È questo il momento in cui un nuovo attore politico non si limita a contendere consenso, ma mette alla prova la tenuta stessa dell’impianto che tiene insieme un Paese e i suoi vincoli esterni. È quanto accadrà nel prossimo futuro, dopo la pubblicazione del programma di Futuro Nazionale, il partito guidato dall’ex Generale Roberto Vannacci.

Sarebbe riduttivo leggere questa vicenda soltanto attraverso la lente dei sondaggi, seppure significativi, con un partito che sfiora il 6,4% e che sottrae consenso proprio nell’area identitaria che un tempo guardava alla Lega o alla stessa Fratelli d’Italia. 

Il vero nodo, quello che gli analisti più attenti invece hanno iniziato a mettere a fuoco, è un altro, ossia la compatibilità tra una piattaforma politica e la responsabilità di governare un Paese membro dell’Unione Europea e della NATO.

Il primo elemento di frizione è strutturale. 

Futuro Nazionale, diciamolo chiaramente, non si presenta come una costola disponibile a integrarsi nella coalizione esistente, ma come alternativa “radicale” a essa, un partito che intercetta un elettorato che, in altre stagioni, sarebbe confluito altrove nel centrodestra. Questo produce un innegabile cortocircuito perché più la nuova formazione cresce, più un’alleanza esplicita rischierebbe di legittimarla ulteriormente, alimentando proprio il fenomeno che dovrebbe contenere. È la logica, non nuova nella storia politica, per cui inseguire un competitor sul suo stesso terreno finisce spesso per rafforzarlo.

Ma è sul piano della politica estera però che la distanza si fa più netta, e meno negoziabile. 

Uno Stato che siede ai tavoli NATO e che ha sottoscritto impegni europei non può, per definizione, ospitare nella propria maggioranza chi propone di interrompere il sostegno militare all’Ucraina o di ricostruire un “atteggiamento disteso” verso Mosca. Non si tratta di una sfumatura ideologica: è un vincolo di credibilità internazionale. Allo stesso modo, la richiesta di ridimensionare i poteri dell’Unione Europea e di abolire intere direttive comunitarie non è un tema di dialettica interna ma rappresenta  una piattaforma che, se assunta a livello di governo, produrrebbe frizioni dirette con Bruxelles e con i partner europei.

C’è poi un terzo livello, quello propriamente costituzionale. 

Alcune proposte del documento, dalla cosiddetta “remigrazione” alla revisione radicale delle politiche su aborto e famiglia, fino alla critica aperta al Patto di stabilità firmato dall’Italia, si scontrano con un quadro normativo che non si piega alla volontà di un singolo attore politico. Un governo non può sostenere impunemente piattaforme in collisione con la Costituzione, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, con i trattati sottoscritti. Qui il problema smette di essere politico e diventa, appunto, “sistemico”, cioè non riguarda ciò che è desiderabile, ma ciò che è istituzionalmente sostenibile.

A questo si aggiunge una dimensione più sottile, ma non meno rilevante: quella della percezione. 

Una coalizione che governa deve custodire un’immagine di stabilità e affidabilità, verso l’interno e verso l’esterno. L’ingresso, anche solo evocato, di un attore percepito come radicale e divisivo nel perimetro della maggioranza rischia di polarizzare il dibattito pubblico, spostare l’asse della comunicazione politica e indebolire quella percezione di coesione che, in tempi di instabilità internazionale, vale quanto un atto di governo.

So comunque che non tutti voi condividerete questa lettura. 

C’è chi sostiene infatti l’esatto contrario, e cioè che isolare Futuro Nazionale rischi di consegnargli la corona di “vera opposizione identitaria”, alimentandone la crescita e costringendo, per reazione, l’intera coalizione a inseguire posizioni più estreme pur di non perdere terreno. 

È quello che la sinistra ha imputato a Giorgia Meloni quando ha sospeso Schengen con la Spagna per i fatti di Ceuta. 

Questa a mio parere è un’obiezione che merita di essere presa sul serio, perché la storia politica italiana ed europea è piena di esempi in cui l’isolamento ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato.

Resta, tuttavia, un punto che nessuna delle due letture può aggirare: la responsabilità di governo non si misura soltanto in punti percentuali ma nella capacità di tenere insieme il consenso interno e gli impegni esterni, l’ambizione identitaria e il vincolo costituzionale, la tentazione della radicalità e il dovere della stabilità. Una coalizione che governa un Paese come l’Italia, inserito in reti di alleanze che non sono un abito da indossare a piacimento, non può permettersi di trattare questi vincoli come optional.

Il resto, chi vince, chi perde, chi assorbe chi, è normale dialettica politica, ed è giusto che si consumi nell’arena del consenso. Ma la “compatibilità istituzionale” non è materia di trattativa, essa è la cornice dentro cui quella stessa dialettica può, o non può, avere luogo e la Meloni sa bene che è proprio questo aspetto a dover essere salvaguardato tant’è che le prime reazioni della sinistra sono state quelle di mettere in guardia il governo dallo strizzare l’occhio ad un movimento che ha un programma al limite con la Costituzione Italiana. 

Di certo ora come ora non vorrei essere nei panni di Giorgia Meloni.

Nicola Minopoli

(da Solo Riformisti)

Pubblicato in : Editoriale

Info Nicola Minopoli

Nicola Minopoli è un editorialista di “Solo Riformisti”

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