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LE MAFIE FANNO AFFARI IN TOSCANA

Sodalizi criminali riciclano il denaro sporco provento di attività illecite nel mercato immobiliare e finanziario toscano, con il tentativo di infiltrazione nel settore dei pubblici appalti tramite società inquinate. Di Samuele Bartolini

di Samuele Bartolini | 8 Novembre 2009

Una facciata da rifare, il tetto che non regge, l’appartamento da reimbiancare. Il centro di Firenze è un cantiere di case private in ristrutturazione perenne. Non c’è mese dell’anno in cui chi passeggia per la città, turista o residente che sia, non incappi in un ponteggio. La crisi ha colpito anche questo settore. E’ vero. Ma non ha impedito che nel centro lavorino un sacco di ditte edili, piccole e piccolissime, che si spartiscono gli appalti. Ma da dove vengono queste ditte? E chi ci lavora? Difficile dirlo. Quello che un osservatore neanche tanto attento può notare è che tutte le sere decine di persone vestite semplici si ritrovano a frotte davanti alle trattorie di via Palazzuolo, dietro la stazione, per cenare. Sigaretta in bocca, aspettano il proprio turno parlottando in un napoletano stretto o con un forte accento del Sud. Poi entrano, mangiano primo e secondo a dieci euro e scompaiono per poi ricomparire la sera dopo. Sono persone che non scambiano saluti con chi aggeggia con le chiavi per aprire il portone di casa. Nessuno li conosce e non sono turisti. Eppure tutte le sere ritornano. Che siano gli operai delle ditte edili del Sud che per pochi euro vengono a rifare il trucco alla città del Rinascimento? E non è che per caso c’è odore di camorra dietro di loro?
Quando lo chiediamo all’ex-braccio destro del compianto giudice anti-mafia Caponnetto e oggi presidente della omonima Fondazione, Salvatore Calleri, lui non si scompone e non conferma l’ipotesi. Preferisce parlare in generale e accennare solo a certi immigrati che sarebbe meglio tornassero da dove sono venuti.
La Toscana, assicura Calleri, non è terra di mafia. I toscani sono lontani dall’accettare i vincoli sociali che la rete mafiosa comporta anche se questo non impedisce alle famiglie della criminalità organizzata del Sud di fare affari nella regione.
Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso conferma gli investimenti in Toscana, come in Lombardia e Veneto, e anche “scambi di imprese” legate a Cosa Nostra “che ottengono appalti in queste regioni e imprese di queste regioni che ottengono appalti in Sicilia”.
Sodalizi criminali riciclano il denaro sporco provento di attività illecite nel mercato immobiliare e finanziario toscano, con il tentativo di infiltrazione nel settore dei pubblici appalti tramite società inquinate. Cosa Nostra è stata rintracciata in società aggiudicatrici di appalti e subappalti relativi ai lavori alla Variante di Valico. Nell’operazione “Mixer – Centopassi” i Carabinieri sequestrarono a Polizzi Generosa, Palermo, beni per 5 milioni di euro di due società edili toscane e scoprirono esponenti del gruppo Badalamenti implicati nella gestione dei beni. L’attività investigativa documentò legami tra diverse famiglie mafiose che erano state sconfitte dalla guerra di mafia degli anni ‘80, ma che avevano ritrovato forza nel traffico internazionale di stupefacenti.
In Toscana la mafia di solito non chiede il “pizzo” ai commercianti, anche se a Lucca nell’ottobre del 2008 furono arrestati uomini dell’ndrangheta che lo chiedevano a imprenditori di origine meridionale. Come dire: “Voi siete abituati a pagarlo e ve lo facciamo pagare”. Ma pare un caso isolato. Nella regione non c’è il tessuto sociale che giustifichi il “pizzo” e ci si augura che l’infiltrazione criminale non arrivi mai a tanto.
La forma italiana di mafia più forte in questo momento è l’ndrangheta e – come racconta il resoconto 2009 sulla criminalità della Fondazione Caponnetto – è presente da diverso tempo anche in Toscana. Nella provincia di Lucca sono stati individuati elementi dei “Iamonte” di Reggio Calabria che fungono da riferimento per il traffico di droga anche per le organizzazioni criminali campana e siciliana. Le famiglie dei “Facchineri” operavano ad Altopascio e tentarono di ammazzare un nomade nel 2006. Sempre nel 2006 furono confiscati una sessantina di immobili sulla costa livornese. L’ndrangheta controlla numerosi locali notturni della zona in accordo con le mafie dell’Est europeo. Recentemente l’ndrangheta è stata riscontrata anche nei night di Campi Bisenzio, Prato e nel pistoiese. Un caso particolare, tutt’ora aperto, è quello di Pietro Tagliaferri di Vicchio del Mugello, dove è stato riscontrato un intreccio di riciclo di denaro sporco, usura e vendite all’asta. Un’ottantina gli indagati in Calabria fra politici e imprenditori. Sempre rimanendo a Vicchio un caso simile è quello di Gino Sannino, vittima come il sig. Tagliaferri di un esecuzione immobiliare. E nell’appaltopoli scoppiata tempo fa a Campi Bisenzio è stata segnalata nelle intercettazioni telefoniche la presenza di questa forma mafiosa.
In Toscana c’è anche la camorra. Traffica in rifiuti. Da Nord a Sud e viceversa il mercato illegale della monnezza non può non passare dalla Toscana. Lo dice un rapporto del 2008 della Direzione Investigativa Antimafia:“I segnali in tal senso sono numerosi e la situazione è di una certa gravità”. I clan dei casalesi risultano molto attivi in questo tipo di traffico e rappresentano il gruppo più forte nella regione.
Insomma. La Toscana non sarà in mano alle mafie. Per carità. Ma c’è già di che preoccuparsi. E tanto.

Samuele Bartolini

Pubblicato in : Primo piano

Info Samuele Bartolini

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    9 Novembre 2009 alle 17:05

    Fa piacere che finalmente si cominci a guardare con sospetto il restauro eterno delle città come dei piccoli centri, l’Italia in ristrutturazione e restauro permanenti che avvengono sempre all’insegna dello slogan criminale: se il mattone tira l’economia tira! Dove Berlusconi cascò e la sinistra subito lo aiutò a rialzarsi. Quanto alle bande di muratori meridionali e balcanici, non credo che la sicurezza ne abbia il controllo. Mi sembra che ci sia pochissima cognizione di come queste bande sono organizzate, come vivono, dove dormono e mangiano, come si spostano e come si sviluppino i meccanismi che rendono impellenti e obbligatori la ristrutturazione e il restauro anziché la demolizione per restringere le aree dell’edilizia abitativa. E soprattutto impressionano la solerte arroganza di queste bande e i segnali che incombono le vie di fatto già nelle centinaia e migliaia di camioncini che dall’alba al tramonto infestano il territorio urbano e extraurbano. Ma non esageriamo, spunterà sempre un ateo cattolico a redarguirci che non si può fare di tutta l’erba un fascio.

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