
Le madri di Plaza de Majo negli anni ’80 manifestavano per i “desarecidos” loro figli, fratelli, mariti; “le madri del sabato” negli anni ’90 si riunivano, appunto ogni sabato pomeriggio davanti al liceo Galatasaray di Istambul per chiedere dove fossero finiti i loro figli fermati dopo le manifestazioni contro il governo. Prende spunto proprio da queste madri il regista turco Ali Aydin , alla sua prima prova.
Huff (muffa) presentato a Venezia, nella sezione Settimana della critica e vincitore del Premio Luigi de Laurentis, quale film del futuro, (miglior opera prima) è un film difficile che racconta una storia di dolore, isolamento, solitudine.
Il regista dichiara che vuole mettere una distanza tra la sua storia e il pubblico, vuole che l’attenzione dello spettatore si concentri sugli eventi e per questo non racconta la storia di una madre, (che potrebbe “portare ad uno sguardo più compassionevole”) ma quella di un padre.
E mette in scena la desolazione di un uomo che potrebbe sembrare fragile ma ha dentro di sé una certezza che lo rende forte ,la certezza del diritto. Il diritto di sapere cosa è successo al figlio. Ha uno scopo Basir: da diciotto anni scrive lettere al Ministero e ala questura, due volte al mese. Conosce bene i suoi diritti vuole assolutamente notizie del figlio e niente lo può scoraggiare né l’indifferenza di chi gli è accanto, né le minacce, né le botte e le torture che gli sono riservate ogni volta che viene convocato in questura. Niente e nessuno lo può dissuadere da quello che, dopo la morte della moglie, è diventata la sua ragione di vita. Saper: Dentro di sé forse sa che il figlio è morto ma “voglio almeno accudire la sua tomba” confessa a Murat, l’ultimo poliziotto con cui avrà a che fare, l’unico dal volto umano.
Basri sienzioso, solo, non ha rapporti con i compagni di lavoro se non basati sulla diffidenza , Basri è malato e deve tenere nascosta la sua malattia (potrebbe perdere il posto di lavoro), sembrerebbe estraneo a tutti, concentrato com’è su quel figlio che c’era e poi non c’è più, ma salva una ragazza da uno stupro, non evita (e potrebbe) la morte di un collega (e se ne capisce il perché)
Basri ha fatto della domanda “che fine ha fatto mi figlio”? la sua ragione di vita e il film diventa quasi l’apologia della solitudine e della desolazione dell’uomo immersa nella solitudine del paesaggio; come i paesaggi sperduti che Basir percorre a piedi ogni giorno per controllare i binari che partono da un deposito e si inoltrano per chilometri in uno scorrere lento verso quello che potrebbe essere il nulla.
E’ una storia di solitudine dei luoghi dell’Anatolia di oggi dove mancano televisori e cellulari, e il regista ce la racconta con i lunghissimi piani sequenza, con un ritmo lento reso necessario dalla mancanza di un futuro per chi non sa, non vuole, non può elaborare la perdita del figlio. Lenta è la vita di Basir che aspetta solo una risposta alle sue numerose lettere e la macchina accompagna questa lentezza. Quasi tutte le inquadrature nel silenzio e nella desolazione, come silenziosa e vuota è la vita di Basir che si concede solo la compagnia di una radiolina a transistor che non trasmette musica e attraverso la quale conosciamo cosa succedeva in Anatolia negli anni ’90.
Come la Muffa del titolo , man a mano che le immagini scorrono nella quasi continua assenza di dialoghi, il freddo ti penetra nelle ossa e quando esci dalla sala (per fortuna quel giorno c’era il sole a Venezia)senti permanere quel freddo appiccicosa, muffa appunto.

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