Centrodestra allo sbando ma fibrillazioni anche nel PD e nella Lega. Tutti contestano tutto. Uno spettacolo indecente che deriva dalla mancanza delle preferenze. Una scelta fatta a suo tempo per nobili motivi ma che ha prodotto effetti peggiori dei mali ai quali voleva rimediare.
Circa due settimane al termine per la chiusura delle liste nelle sette regioni interessate al voto e il caos regna sovrano. Più marcato nel centro destra ma comunque presente anche negli altri schieramenti. In tutti i partiti chi detiene il potere tende a scegliere candidature che siano più funzionali al mantenimento dello status quo interno che ad avere il maggior numero di voti possibili. Naturalmente quando un leader è forte e riconosciuto le contestazioni sono minori quando è in fase calante scatta una sorta di “liberi tutti”. E’ quello che accade nel centrodestra, e segnatamente in Forza Italia. E’ vero sono cambiati i tempi e i competitor avversari ma vedere oggi Berlusconi ridotto nello stato in cui è ridotto fa oggettivamente tristezza, anche se mal voluto non è mai troppo. Gli azzurri si avviano a diventare la quarta forza politica del Paese e quindi praticamente a scomparire dalla scena politica. Dopo il voto, comunque vada, inizierà la diaspora, quella vera e, in un centrodestra ridotto all’ombra di quello che è stato, si rimescoleranno tutte le carte.
Anche nel PD e nella Lega, sia pure in modi e maniere molte diverse, sta accadendo lo stesso fenomeno. I due partiti e i loro leader hanno il vento in poppa e quindi le contestazioni e le disubbidienze sono minori ma la cosa è comunque presente.
Il fenomeno ha la stessa origine. Deriva dall’eliminazione delle preferenze. In molti casi una candidatura e un posto in lista equivalgono alla certezza dell’elezione. Il leader di turno in pratica sceglie gli eletti a tavolino e al corpo elettorale non resta che ratificare o meno la scelta. Questo metodo ha due conseguenze negative. La prima è sui candidati. Tutti sono convinti di avere numeri e qualità per essere scelti e se non lo sono si convincono di aver subito un torto. Da qui la reazione talvolta clamorosa. La seconda conseguenza è sull’elettorato. Il gioco è talmente scoperto che tutti capiscono che si tratta solo di una questione di potere. Non c’entrano niente le idee, i programmi o l’interesse collettivo. I leader vogliono mantenere la loro leadership e i candidati vogliono acquisire i posti. Si dirà. Forse, con la morte delle ideologie, fra il PD di oggi e Forza Italia le differenze sono minime ma fra Salvini e Vendola una differenza esiste ancora. Sulla carta è vero ma nella realtà non è così. Non bisogna infatti guardare a quello che viene detto in campagna elettorale ma a quello che viene fatto quando uno va al potere. Se poi si tiene conto del quadro di riferimento europeo, si pensi solo alla Grecia di Tsipras, i margini di manovra si riducono ancora. Allora, considerando tutto, che senso ha andare a votare, non potendo almeno scegliere il candidato che ci piace di più?
L’argomento forte per l’abolizione delle preferenze fu la lotta alle spese pazze e alla possibile corruzione. L’esperienza però ha dimostrato che i vantaggi avuti su quei versanti sono minori dei danni causati sugli altri fronti. Purtroppo in nessun campo esistono scelte che producono solo effetti positivi. Si tratta sempre di pesare i pro e i contro. Lo spettacolo indecente al quale stiamo assistendo dimostra ampiamente che le preferenze, tutti in lista e chi ha più consenso vince, sono, e di gran lunga, il male minore.

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