In quell’ibrida sintesi fra l’affresco storico e la “fiction” che è il “Il capo della camorra” di Ernesto Serao vengono ritratti molti guappi del tempo come Nicola Jossa e Costanzo Ardia.
Del famoso Nicola Jossa viene riportato un episodio che ha il gusto della leggenda. Una volta questi fu capace di penetrare nel gabinetto del prefetto di polizia e di schiaffeggiare il supremo magistrato di giustizia, rinchiudendolo a chiave e minacciandolo di morte se avesse fiatato.
Suo compagno di avventure era il più giovane Costanzo Ardia, la cui passione ricambiata per le donne non faceva che aumentarne il già smisurato senso di onnipotenza. Soprannominato “Funa Longa” per la fortuna che gli permetteva di restare impunito dei tanti delitti commessi (la gente diceva, infatti, che solo una lunga corda gli avrebbe impedito di cavarsela), l’Ardia si scontrò anche col famoso Tore ‘e Criscienzo, dipinto dal Serao come un individuo furbo quanto falso.
Il camorrista aveva diffuso la voce che Funa Longa era un avversario facile da battere. Un giorno, il guappo, per dimostrargli il contrario, si era recato da lui disarmato. Dopo esser stato umiliato e trattato alla stregua di un ragazzotto, il guappo aveva reagito con lo sfidarlo.
Nello scontro Funa Longa ebbe la meglio sul suo avversario che rimase a lungo convalescente per una ferita al cranio.
Successivamente Tore ‘e Criscienzo tentò, senza riuscirvi, di vendicarsi. Quando decise di servirsi dei suoi uomini per eliminare il guappo, fu tradito inaspettatamente proprio da loro. I camorristi rimasero, infatti, talmente colpiti dal coraggio di Funa Longa da offrirgli la carica di capintesta (la somma autorità a cui vengono riferiti, ogni otto giorni, eventuali ostacoli o imprevisti avvenuti nella giurisdizione del capintrito (il camorrista capo di ciascun quartiere).
La carriera del guappo ebbe una svolta imprevedibile quando fu promosso a commissario di polizia. Riusciva, infatti, a procurarsi informazioni utili alla polizia ricorrendo ad abili travestimenti. L’attitudine all’inganno era, del resto, una dote precipua di questo guappo che militava anche nelle file della Camorra in qualità di capintrito di Porta Capuana. La sua doppia vita gli consentiva di esercitare l’attività di spia per conto della polizia e, contemporaneamente, di taglieggiare il quartiere della Vicaria che a quel tempo raggruppava un sesto della popolazione napoletana.
Le sue malefatte non si fermavano qui. Il furbo Funa Longa aveva persino messo a frutto le sue doti di malvivente, divenendo il capo di una scuola di ladri, per i quali realizzava anche complicati tatuaggi.
Attraverso questa figura viene delineato il cruciale passaggio dalla criminalità non organizzata alla camorra, transizione che si accompagna simbolicamente nel libro al progressivo degrado di Costanzo Ardia, talmente amorale da abusare, sotto gli effetti dell’alcol, della figlia convalescente.
Monica Florio

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