
La politica quando smette di essere confronto e diventa solo propaganda perde la sua funzione più alta: quella di servire la comunità. Fare riferimento al passato può essere utile, ma oggi mancano i presupposti di allora. Oggi il potere si conquista con la velocità di un hashtag, e la campagna elettorale che già corre verso il 2027 ne è la prova. I partiti preparano slogan, i leader si allenano per i talk show, e i social ribollono di tifo. È una novità solo apparente: non si tratta di partecipazione, ma di rumore. Generazioni intere che un tempo chiedevano chiarezza oggi si perdono in un flusso di messaggi che non spiegano, non chiariscono, non costruiscono nulla. Una volta il confronto politico era scontro di idee, talvolta duro, ma sempre riconducibile ad un principio: la legittimità dell’avversario. Oggi quell’equilibrio si è dissolto. Chi vince prende tutto, chi perde scompare, e l’elettore resta prigioniero di appartenenze sempre più emotive, sempre meno razionali. Noi, il ceto medio, siamo le cavie delle idee. Su di noi si sperimentano teorie economiche, riforme a metà, promesse a breve scadenza. Cambiano i governi, ma la nostra vita resta il laboratorio in cui la politica misura se stessa. Forse per questo cresce la nostalgia del confronto vero. Non quello urlato, ma quello che argomenta, spiega, mette in fila le ragioni. Il dibattito non dovrebbe essere un rituale televisivo, ma un atto di trasparenza democratica: l’occasione per capire cosa cambierà davvero nella vita di ciascuno di noi. Eppure, ogni volta che si accende un talk show, il copione è lo stesso: si parla per i propri elettori, non per chi vuole capire. È come andare allo stadio solo per tifare, non per guardare la partita. Così metà degli elettori resta a casa: non per disinteresse, ma per sfiducia. La politica tornerà ad essere credibile solo quando tornerà a parlare tra pari, in modo libero e onesto. Anche se non cambierà molto per noi cittadini comuni, quel poco – l’ascolto, la comprensione, la voglia di giudicare con la propria testa – può essere il segno di una maturità nuova. Perché la democrazia non muore nel silenzio: muore nel rumore di chi non ascolta più.
Angelo Santoro

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