
Nella notte di Natale Donald Trump ha annunciato di aver ordinato un’azione militare statunitense nel nord-ovest della Nigeria, nello Stato di Sokoto, al confine con il Niger. Nel suo racconto l’operazione sarebbe stata un colpo “potente e mortale” contro la “feccia terrorista” di ISIS, colpevole – sostiene la Casa Bianca – di prendere di mira e uccidere soprattutto cristiani.
Trump non si limita a colpire; mette in scena il colpo. Secondo quanto riportato da più testate, l’attacco sarebbe stato persino “posticipato” per trasformarlo in un “regalo di Natale” ai jihadisti: un gesto pensato per parlare al pubblico di casa, per fare propaganda.
Se è così, poco importa se il colpo sia stato diretto nel posto giusto.
Risulta, infatti, che sia stata bombardata una zona della Nigeria dove più che i santuari “jihadisti”pesano bande armate, reti di rapimenti a scopo di riscatto, criminalità organizzata, conflitti territoriali e sociali.
E d’altra parte, più di un cattolico ha sostenuto che azioni come quella americana potrebbero peggiorare la situazione dei cristiani in Nigeria.
Ma il gesto natalizio di Trump, oltre che a fini di consenso interno, ha anche lo scopo di dimostrare l’arroganza della potenza americana al mondo e il diritto di scatenarsi dovunque voglia e oltre ogni regola.
Verrebbe da domandare, ancora una volta, ai nostri esponenti atlantisti e filo americani se questi sono i nostri valori, se questo è l’Occidente oggi minacciato da dittatori invasori e aggressivi.
In questo scenario scandaloso, consola il lessico di Papa Leone che continua a parlare di pace e nonviolenza in aperto contrasto con l’ideologia armata e muscolare di tanti leader politici.
Il Papa insiste sul dialogo, difende chi lavora per la riconciliazione e, soprattutto, rivaluta i pacifisti, sempre più spesso trattati come ingenui o – peggio – come complici del “nemico” da chi riduce tutto alla deterrenza e alla minaccia delle armi.
Inoltre, Leone XIV ha pronunciato parole durissime sulla condizione dei giovani mandati al fronte. Senza arrivare a esaltare la diserzione, ha messo nel mirino la leva e l’arruolamento forzato, parlando di menti e vite fragili costrette alle armi e di una “retorica” che li spinge a morire mentre loro, al fronte, sperimentano l’assurdità di ciò che viene richiesto.
Il giudizio è netto: è “scandaloso” sostenere che si debba fare la guerra per ottenere la pace; e ancora più inquietante è il rovesciamento morale per cui diventa quasi “colpa” non prepararsi abbastanza allo scontro.
“I ripetuti appelli -ha detto il Pontefice- a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. La forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.
Pur non essendo credente, sui temi della pace e della guerra e del riarmo, io sono schierato convintamente con Papa Leone XIV.
Mi chiedo come possano molti politici che hanno costruito buona parte della loro esposizione pubblica sulla adesione alla Chiesa cattolica essere in prima linea nella corsa al riarmo e sostenerla come necessaria.
Enrico Rossi

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