
L’ex Ilva può chiudere, acciaio a rischio. Scioperi, occupazione degli impianti, cortei e blocchi stradali a Genova e a Taranto. È un flop anche l’incontro a Palazzo Chigi per cercare un accordo per salvare l’acciaio Made in Italy.
I sindacati lanciano l’allarme rosso: il piano di transizione del governo «è in realtà un programma di chiusura mascherato». La crisi è gravissima. Il governo Meloni in accordo con l’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia (il nome nuovo dell’ex Ilva) con un decreto si limita a concedere le risorse finanziarie per assicurare un minimo di attività produttiva dell’ex colosso dell’acciaio italiano sino alla fine del prossimo febbraio. Poi c’è il buio. Si intravedono quattro possibili acquirenti, tuttavia manca una proposta praticabile di acquisto dopo mesi di contatti e di trattative.
L’ex Ilva può chiudere. I sindacati dei metalmeccanici puntano il dito contro il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso. I segretari della Fiom Cgil Michele De Palma, della Fim Cisl Ferdinando Uliano e della Uilm Rocco Palombella chiedono il «ritiro del piano presentato da parte del governo» e una «ripresa del confronto esclusivamente a Palazzo Chigi» con Giorgia Meloni. No all’incontro del 28 novembre convocato da Urso solo per gli impianti del nord Italia. Intravedono il disegno di dividere i lavoratori con uno “spezzatino” diretto a vendere separatamente le fabbriche liguri e piemontesi. In sintesi: no al programma di cassa integrazione di massa per svuotare le fabbriche entro febbraio e sì a un progetto per rilanciare produzione e occupazione, producendo acciaio utilizzando energia elettrica e non più l’inquinante carbone. La cosiddetta decarbonizzazione. Vanno salvaguardati insieme gli stabilimenti industriali, l’ambiente e la salute umana.
Chiamano in causa Giorgia Meloni, vogliono trattare con la presidente del Consiglio e non più con Urso. Ma l’ultima riunione a Palazzo Chigi è stata presieduta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano, presente Urso e altri ministri ed è stata un nuovo fallimento. Di qui l’ira degli operai: gli scioperi immediati a Genova Cornegliano, a Novi Ligure, a Racconigi, a Salerno, a Taranto, l’occupazione degli impianti, i blocchi stradali. Così una vertenza sindacale si sta trasformando anche in un grave problema sociale e di ordine pubblico.
L’acciaio è un settore strategico per un paese industriale. La perdita dell’acciaio e di Taranto, un tempo il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, avrebbe conseguenze disastrose per il tessuto industriale italiano.
L’ex Ilva può chiudere. Pierpaolo Bombardieri, segretario della Uil, accusa Urso: «Il ministro sta portando l’Ilva alla chiusura, è più di un anno che ci racconta che c’è qualche investitore interessato ma ad oggi non c’è nulla». Maurizio Landini rilancia l’idea della nazionalizzazione: «È necessario un intervento dello Stato. Si rischia di far saltare un settore industriale strategico». Il segretario della Cgil chiama in causa la Meloni: «La presidente del Consiglio deve intervenire direttamente».
Ma ottenere un negoziato «esclusivamente a Palazzo Chigi» con Meloni partendo dal ritiro del piano presentato da parte del governo, come chiedono i sindacati dei metalmeccanici, è una impresa difficile. Finora la presidente del Consiglio si è tenuta ben lontana dalle sabbie mobili di un disastro iniziato trenta anni fa con la privatizzazione dell’ex Ilva. La presenza dei privati sul ponte di comando ha portato solo danni: crollo della produzione e dell’occupazione, salita vertiginosa delle perdite, danni all’ambiente e alla salute con la crescita dei tumori a Taranto, l’intervento ricorrente della magistratura anche con arresti.
Il piano di rilancio con gli investimenti per produrre acciaio verde è restato un sogno. Eppure Giorgia Meloni difficilmente potrà evitare d’intervenire. Ha proclamato “l’interesse nazionale” al centro della sua azione, ha perfino cambiato il nome al ministero dell’Industria con “ministero delle Imprese e del Made in Italy”. Il governo del Made in Italy non può correre il rischio di perdere “l’acciaio Made in Italy”. Sarebbe un clamoroso autogol politico oltre che un disastro industriale e sociale. Sono in discussione circa 20.000 posti di lavoro tra dipendenti ex Ilva e indotto.
Rodolfo Ruocco

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